BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

FAMILY DAY/ Testimonianza vs. manifestazioni pubbliche? No, grazie

Pubblicazione:mercoledì 24 giugno 2015

Infophoto Infophoto

Con la società democratica si è venuto a creare lo spazio dell'opinione pubblica: una novità radicale rispetto alle formazioni sociali che l'hanno preceduta; uno spazio che non c'era ai tempi di San Francesco, ma nemmeno in quelli di San Filippo Neri o di Sant'Ignazio. Alla tradizionale funzione della testimonianza se ne è anteposta una inedita: quella della presa di posizione pubblica. Nello spazio pubblico le varie forze culturali possono e debbono esprimere le loro valutazioni, hanno il compito di indicare le priorità che appaiono loro rilevanti. Non essere presenti in questo spazio, restare silenziosi, significa scegliere l'irrilevanza politica. Questa è ben diversa dal quella culturale e da quella sociale ma, una volta conclamata, pone serie ipoteche sulla sopravvivenza delle altre due.

Anche l'universo cattolico, lo voglia o no, produce un'opinione pubblica. Questa, presentando al suo interno più tradizioni e più sensibilità, costituisce un mondo plurale nel quale, pur avendo in comune l'origine ed alcuni punti di riferimento fondamentali — uno dei quali è costituito dall'autorità del Papa — convivono tradizioni ed esperienze diverse. Per quest'opinione pubblica il parere delle autorità ecclesiali è una fonte importante di riferimento, in certi momenti diventa addirittura essenziale. Ma ciò non toglie che questa stessa opinione pubblica, se non vuole essere annullata dalle altre culture presenti nella città secolare, sia chiamata ad esprimersi in prima persona. In quale modalità può farlo? Qui i pareri sono legittimamente diversi.

Personalmente ritengo che la regola sia data dai due diversi contesti nei quali la presa di parola da un lato e la testimonianza dall'altro si trovano di norma ad agire. In una tale prospettiva essere parte dell'opinione pubblica e accedere allo spazio della presa di parola attraverso le forme di volta in volta opportune, non costituisce minimamente, almeno nella sua costituzione originaria, l'esercizio di una funzione di testimonianza. Per quanto esista e sia concretamente visibile un riflesso testimoniale questo, una volta immesso nello spazio della presa di parola, è implicitamente secondario. Prima di andare in piazza per affermare che si esiste, ci si va per dire cosa bisogna fare; prima di andarci per sottolineare dei valori ci si va per protestare ed indicare degli obiettivi. Nell'universo democratico si scende in piazza per difendere dei principi, per chiedere che questi vengano applicati o che vengano rispettati: in questo contesto qualsiasi testimonianza, che si materializza nella presenza visibile, è sempre preceduta dalla presa di parola che, invece, si fonda sull'argomentazione, ed è questo il senso più profondo della dimensione laica inclusiva. 

Nel caso in cui si opera in riferimento ad uno scenario di principi direttamente o indirettamente riconducibili ad una dottrina di salvezza come quella cristiana, la testimonianza — che non ha radici laiche, bensì religiose — diventa essenziale, ma essa ha altre strade che preesistono al mondo contemporaneo. Queste si materializzano nel quotidiano, nell'opera di ogni giorno, in quello che realmente siamo o che, per grazia, riusciamo ad essere.


  PAG. SUCC. >

COMMENTI
25/06/2015 - con simpatia (giorgio bendazzoli)

meno male che qualcuno si è preoccupato di ricordarci come sia bello nascere ed imparare a vivere in una famiglia dove due persone, un uomo ed una donna, con coraggio ed ottimismo sanno promettersi amore per tutta la vita davanti ad un altare. grazie

 
24/06/2015 - Chi rappresenterà il popolo? (Giuseppe Crippa)

Caro Abbruzzese, è vero che una manifestazione di massa non cambia la concezione dell’uomo implicita nei nuovi diritti, ma contribuisce a mostrare che questa concezione non è maggioritaria nel popolo nonostante gli sforzi di chi cerca di mostrare il contrario. Quanto al ”resto che va fatto ai tavoli di confronto”, Le dico fin fa subito che mi sentirò rappresentato a quei tavoli dalle persone che hanno parlato dal palco di piazza San Giovanni e non da altre, il cui contributo – se riterranno di offrirlo – sarà comunque ben accetto.

 
24/06/2015 - testimoniare in ogni occasione, opportuna e non (fabio sansonna)

Dopo il milione di persone in piazza S.Giovanni, prima manifestazione ecumenica ed interreligiosa SPONTANEA della storia dell'umanità, (e finiamola di dire che è stata una manifestazione cattolica, non è vero), dai circoli dei salotti dei cattolici benpensanti sorpresi dal successo inaspettato si sta diffondendo una subdola falsità , e cioè che adesso che si è scesi in piazza bisogna dimostrare che si vive un'autentica esperienza di famiglia: è proprio il contrario, chi è andato a Roma è perché viveva già un'esperienza di famiglia. A Roma non si è andati contro nessuno, ma di sicuro contro una legge che è contro i nostri figli. Questa è la prova che viviamo già un'esperienza con i nostri figli, e la difendiamo.Chi è andato a Roma non deve dimostrare niente , tantomeno ai benpensanti che non ci sono andati, Anzi sono loro che devono dimostrare ciò in cui credono . Ma molti di loro non hanno neanche famiglia perché hanno un'altra vocazione, e avrebbero fatto meglio a tacere.

 
24/06/2015 - dialogo vs scontro (roberto castenetto)

Nel Cinquecento la Riforma fu fermata dalla fede (le confraternite e i santuari mariani) e l'Islam fu fermato con la guerra. Esclusa la violenza, esercitata però ancora oggi dagli Stati contro qualcuno, è ovvio che le "armi" a disposizione sono quelle della ragione e della fede o testimonianza. Non si va ovviamente in piazza con il Rosario, bensì con la forza delle argomentazioni, più o meno articolate. Si può discutere sull'efficacia delle argomentazioni nella società odierna, ma una cosa è certa: tra i cattolici abbiamo assistito negli ultimi cento anni a una grave debolezza sia di argomentazioni sia di testimonianze. Si vuole andare incontro al mondo e fare proprie le categorie del mondo; ma la chiesa deve contestare il mondo, altrimenti cosa ci sta a fare nel mondo?

 
24/06/2015 - E...e, non o...o (dario ceriani)

Concordo con quanto detto da Canti e chiedo ad Abruzzese cosa ha visto a Roma, paradossalmente troppe persone con il rosario in mano che pensavano di andare in processione a testimoniare o poche valide argomentazioni dal palco dei relatori? Sebbene la mentalità dominante sia ormai "dominante" non significa che sia tempo perso usare la piazza o che sia adeguata una scelta "religiosa", cosicchè tra qualche decennio le coscienze avranno riguadagnato la loro solidità umana e la piazza dovranno usarla "gli altri", a loro volta passati in minoranza ... Occorre l'esperienza della fede, l'educazione, la testimonianza, la manifestazione, la discussione politica e la legiferazione. Tutti hanno i primi compiti, molti quelli della manifestazione e della discussione politica, alcuni anche l'ultimo. Se il milione di Roma fossero stati 2 o 3 o 4 (mancavo io!!) vi assicuro che la forza contrattuale di chi ha il compito della politica sarebbe ben maggiore nel momento del confronto con posizioni contrarie per legiferare in materia di diritti per la famiglia e per l'educazione. E questo vale anche per deputati o senatori titubanti che dovranno votare. Detto questo, continuiamo ad approfondire questi temi (grazie Abruzzese!) perchè c'è grande confusione sotto il cielo ma la situazione non è eccellente.

 
24/06/2015 - Sociologia (paolo canti)

scomodare la sociologia per dire (tra le righe) che scendere in piazza non è la soluzione ai problemi forse è eccessivo. Basta un po' di realismo. Ma mi chiedo perché continuare a contrapporre le due cose? è ovvio che non sono incompatibili, anzi sono necessariamente complementari almeno finché ce lo permetteranno. Quando gli spazi pubblici ci saranno preclusi continueremo a fare quello che possiamo dove potremo (come i nostri fratelli del Medioriente), ma addirittura anticipare la cosa mi sembra poco intelligente. Più continuamo a contrapporre le cose più male ci facciamo.