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Cronaca

FAMILY DAY/ Ddl Cirinnà, attenti al "pluralismo cattivo"

Cosa dimostra la manifestazione del 20 giugno contro il ddl Cirinnà? "L'Italia, nel 2015, sa ancora che a essere inaccettabile è il matrimonio tra persone omosessuali". GIUSEPPE BONVEGNA

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Caro direttore,
quando e a quali condizioni un fatto diventa evento? E soprattutto: chi decide che lo diventi? Il pomeriggio di sabato 20 giugno non ho visto telecamere e postazioni televisive in piazza San Giovanni a Roma tra le centinaia di migliaia di persone arrivate da tutta Italia alla manifestazione per la famiglia e contro il ddl Cirinnà indetta dal comitato Difendiamo i nostri figli. Nemmeno dopo che dal palco è stata data la notizia che eravamo presenti nella piazza e all'inizio delle strade limitrofe che conducono verso il centro in un milione (e oltre). 

Il silenzio stampa sarebbe stato interrotto, sulle emittenti televisive nazionali, solo a inizio serata e dovrà pur esserci un motivo se, durante la manifestazione, anche un noto canale di ispirazione cattolica ha potuto ignorare che c'erano un milione di cattolici in piazza San Giovanni. 

Se comunque, dopo il 20 giugno, qualcosa cambierà in Italia, ciò si deve sicuramente al fatto che, sulla spianata del Laterano, una chiamata all'appello né politica né ecclesiastica ha trovato la sua risposta in un conteggio di persone che forse richiede ancora di essere effettuato per intero e che ha avuto come motivo la difesa e la proposta di una via buona al pluralismo. 

Dal punto di vista del "pluralismo buono", il concedere per legge alle coppie omosessuali gli stessi diritti matrimoniali dei quali godono gli eterosessuali (introducendo i matrimoni omo con possibilità di adozione), anche se viene sbandierato come una promozione della diversità omo, rappresenta invece l'eliminazione di tale identità differente, in quanto tratta (e sfrutta) l'omo come se fosse etero.

È in questo senso che, alla base delle proposte di legge contro l'approvazione delle quali è stata indetta la manifestazione del 20 giugno, c'è un "pluralismo cattivo" che pretende di salvaguardare le differenze non cercando di comprenderle, ma rendendole indifferenti (come avrebbe detto Paul Ricoeur) e che si fonda su un concetto di libero arbitrio secondo cui il potere di quest'ultimo può spingersi fino a negare l'identità stessa di chi lo esercita. Con l'unica clausola del rispetto degli altri: la mia libertà di fare ciò che voglio finisce dove inizia la tua. 

Peccato che non sia vero: se faccio ciò che voglio, prima o poi danneggio anche te. Chi, in altre parole, vuole a tutti i costi un figlio e ricorre all'utero in affitto, lede, in nome dell'esaltazione di un proprio diritto, il diritto del bambino che si vede privato dei genitori naturali.