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Cronaca

STRAGE IN TUNISIA/ Essere padre di un attentatore e il dramma (senza risposta?) di quelle domande

"Sono un uomo disperato. Uno fa di tutto per crescere un figlio, mandarlo all’università, e me lo indottrinano in questo modo". Le parole del padre di Seifedinne Rezgui. MONICA MONDO

Seifedinne Rezgui (Immagine dal web)Seifedinne Rezgui (Immagine dal web)

Sono un uomo disperato. Uno fa di tutto per crescere un figlio, mandarlo all’università… e me lo indottrinano in questo modo”. Così il padre di Seifedinne Rezgui, il 23enne tunisino, il ragazzo “educato” che ha fatto strage di uomini e donne nel resort di Sousse. Ballava la breakdance, ci dicono. Era gentile coi vicini di casa. Si metteva il gel sui capelli. Studiava ingegneria informatica nell’università di Qayrawan, frequentava la moschea di Kairouan, città santa per l’islam, dove l’Isis fa incetta di militanti. Un giovane corrotto dalla cancrena occidentale che si purifica e sceglie di cambiar vita. Per freddarne 38, in ciabatte e costume, in quello scampolo di vacanza normale, con una freddezza impassibile, innaturale. Innamorato del jihad, la guerra santa. Odiatore degli uomini.

Il padre non capisce, non immaginava, non poteva pensarlo. Se dobbiamo credergli, il suo pianto è straziante. Uso il se, che in molti ormai antepongono quando si tratta di musulmano, perché la paura fa diventare sospettosi, ostili, cattivi. Se dice il vero, se non è anche lui responsabile della deriva bestiale del figlio, se tutti gli islamici che ci abitano a fianco sono sinceri, e non invece pronti, come accade in Siria, in Iraq, a spalancare le braccia ai guerrieri del califfato, quando se ne presenta l’occasione, e trasformare in nemici. Sappiamo che il pensiero neppur troppo coperto è questo. Anche se basterebbe ricordare la storia: abbiamo forse imputato ai padri dei terroristi che falcidiavano gambe e corpi negli anni di piombo la follia dei loro ragazzi? I giovani di buona famiglia che impugnavano la P38 inneggiando ala rivoluzione erano forse in combutta con le loro famiglie? Nessuno oserebbe pensarlo. Tocca sgombrare la mente da residuali inflessioni razziste, che si tratti di razzismo etnico o religioso.

Quel padre, come ciascuno di noi, genitori di figli ormai grandi, che li vedono spiccare il volo, e con tremore e timore tentano di seguirli, di comprenderne le movenze, le amicizie, il carattere… non per privarli di una libertà che vogliamo, chiediamo, speriamo per la loro vita. Ma perché c’è un tempo, e non così lungo, in cui il loro sfuggire può incappare in mani e teste sbagliate, e diventare lontananza, destino sbagliato. Vogliamo il massimo bene, per loro, pensiamo a torto che consista nel dare, tutto il possibile, tutto il superfluo, tutto. Eppoi li vedi tornare, sempre più di rado, rabbiosi e cupi, li scopri abbacinati dal male, nelle sue forme più diverse. L’ideologia, il settarismo, le droghe, il crimine, o tutto questo insieme. Com’è stato possibile? Solo pochi anni fa questo ragazzo tifava per la sua squadra nazionale ai campionati d’Africa, quante partite abbiamo visto insieme… quello sguardo da bravo ragazzo, come tanti, come ci sembrano tutti, se li guardiamo negli occhi.