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SENTENZA SARAH SCAZZI/ Sabrina, Cosima e la pietà dell’Innominato che non c’è

Sarah Scazzi Sarah Scazzi

Piangeva, piange, Sabrina. Prega la madre, invoca i santi (di quale pantheon di divinità feroci?)che consolino questa messa in croce che grida vendetta, come fa ogni buona donna di mafia. Che donne sono, queste due donne, in cui misericordia e amorevolezza, tenerezza sono bandite, per farle dure come scorza e aspre come l’aceto. La corte d’appello, dopo tre giorni di camera di consiglio, ha confermato per entrambe l’ergastolo. C’erano ben sedici giudici popolai, costretti a vedere immagini incancellabili, ad ascoltare oscene scusanti, a pensare ogni attimo agli occhi e ai sogni di quella ragazzina bionda, uccisa da mani che credeva amiche.

Hanno deciso, anche senza prove plateali, arma del delitto, confessioni, eccetera. Si è detto sempre che si trattava di un processo indiziario. Epperò quando gli indizi sono tanti, si sommano, e fanno una prova. Ergastolo, ovvero una vita perduta, distrutta, finita. parrebbe, e allora sarebbe giusta e migliore la fine, per mano propria o di stato. Invece tocca credere che anche quelle due vite disgraziate hanno un senso, perché sono state volute, perché possono fare della loro rovina la salvezza, per se stesse e per gli altri. Possono trasformare le loro mani omicide in mani pronte a curare, sanare, accarezzare, perdonare, anzitutto la propria colpa.

Sì, viene in mente l’Innominato. S’è trovato di fronte un animo grande, che ha avuto pietà anche della sua nefandezza. E’ questa pietà che dobbiamo covare in noi, anche per gli assassini, perchè il nostro sistema di detenzione, il nostro modo di guardarli non sia mai privo di speranza e possibilità di perdono. E’ troppo facile sibilare disprezzo, odio, e augurare la morte. Le bestie, fanno così, e non hanno ragione. Cosima e Sabrina, hanno fatto così. Lo sgomento, invece. Che porti a pregare, a osare chiedere la redenzione. O il male ci farà prede, e non avremo più voglia di guardare al domani.

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