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SENTENZA SARAH SCAZZI/ Sabrina, Cosima e la pietà dell’Innominato che non c’è

Pubblicazione:martedì 28 luglio 2015

Sarah Scazzi Sarah Scazzi

SENTENZA SARAH SCAZZI. Del delitto di Avetrana, si attendeva la sentenza con malsana ansietà, in un tempo in cui le notizie più gravi non smuovono alcuna attenzione. C’è da riflettere, sulla passione morbosa con cui il pubblico, da sempre, segue le efferatezze della cronaca nera, inscenando discussioni con gli amici, i colleghi, occupando le telefonate con la suocera, per non dire dei talk show serali. D’estate, poi, col caldo il cervello fuma, e non c’è massacro a Kobane o sequestro di cristiani che turbi la stanca resa all’afa. Ma il sangue dietro l’angolo, quello ridesta, spinge agli straordinari in tv e perfino le edicole morenti si rivitalizzano per un po’. E si vogliono sapere tutti i particolari, i dettagli più macabri, si scava nelle esistenze dei presunti assassini, si attendono i processi non, come si dovrebbe, con mestizia, ragionando sul male degli uomini, ma tifando per la sentenza, quasi sempre la più dura. Meglio ancora se i delitti si tingono un po’ di rosa, e c’è di mezzo un tradimento o un segreto amoroso.

Meglio se c’è un’innocente che muova la commozione più superficiale, che un “povero angelo!” non si nega a nessuno. E’ lo stesso pubblico che di solito se ne infischia di testimoniare, di svolgere un dovere civile, di mostrare almeno indignazione davanti alle ingiustizie di diverso tipo. Lo stesso pubblico che, appartato nelle riposte stanze di casa, ha fatto spallucce e pensato a proteggere, coprire, giustificare i criminali, per non aver guai, per non crearsi nemici, perché nulla cambi. E’ accaduto così anche nel delitto Scazzi. La cosa forse più incredibile e passata in sordina è la quantità di dichiarazioni false e inattendibili di molti interpellati a deporre. Un paese chiuso, per una famiglia chiusa, impenetrabile, nei suoi recessi di follia. Come in una novella di Verga, quelle più truci, quelle di una realtà di lupi e sepolti in miniera, con le bestie. Come in una tragedia antica, dove almeno c’era la nobiltà di esagerare gli eventi a scopo catartico. Avetrana è un nome che d’ora in poi alimenterà sospetti e inquietudine, toccherà aggirarsi guardinghi, diffidare di ogni sguardo o sorriso, e spiace per le persone perbene.

Due donne sono in carcere, da anni. Con l’ergastolo davanti, poca roba. Sono madre e figlia, l’assassinata è la loro nipote. Perché? Non s’è mai capito davvero, ed è impossibile forse capirlo. Nessuna possibile causa appare lontanamente plausibile. Gelosia tra due ragazzine? Maddai. La follia, soltanto quella. Eppure per follia non si pianifica ogni cosa, la trappola, la cintura intorno al collo, l’amica in attesa deviata col cellulare, il coinvolgimento del cane guardiano, papà Michele, che obbedisca ancora un volta, e trovi il modo di sbarazzarsi del corpo. Col fratello, pure. E magari si accusi, tanto la sua vita peggio di così. E poi le menzogne, le recite a favor di telecamera, di una ragazza solo un po’ grassoccia e a disagio con quel piercing al naso, ma come tante, come quelle che escono coi nostri figli. Da che mondo ancestrale proviene, su cosa e da chi s’è formata, quali sogni, desideri, futuro, sentimenti covava, se non quelli della vipera, della fiera troppo stupida per non sapere che il male non si può nascondere, viene a galla come i cadaveri gonfi e orrendi dai pozzi.


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