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SOS MIGRANTI/ Io, italiano, vi racconto cosa vuol dire non essere trattati da uomini

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Alla fine — e siamo anche stati più che fortunati: arrivati presto, ché non c'era coda, ce la siamo cavata in meno di un'ora, tra tutto — riusciamo ad avere il prezioso talloncino di carta con il timbro agognato. Ora siamo in regola. Se ci fermano, ci sarà un po' meno paura.

Siamo soddisfatti, e veniamo via dall'ufficio. E penso che non conta nulla che in patria tu sia un docente universitario. Allo sportello sei solo uno straniero. E di quelli come te, l'impiegato ne ha piene le tasche. Non capisce proprio perché tu voglia stare nel suo paese a dargli fastidio. 

So bene — lo sperimento ogni giorno — che non tutti, in questo paese che pure amo e di cui cerco di conoscere sempre meglio la lingua, la storia, la cultura, sono così. Ho conosciuto persone meravigliose, per generosità, intelligenza e apertura di cuore. Anche in un momento come questo, che vede qui molti politici trovare facile consenso agitando la bandiera dei valori nazionali e del sospetto verso tutti gli stranieri che stanno assediando la Patria, pronti a dissolverne i valori.

E penso che non è un caso, che in un Paese dove molti sembrano mettere l'esigenza di un governo forte sopra ogni altra cosa, si incontrino simili situazioni, nelle quali un diritto da esercitare viene trasformato in un favore da piatire mostrandosi il più possibile accondiscendenti e remissivi. Quell'impiegato allo sportello è complice del potere più violento e cieco. Anche se, magari, è il primo a lamentarsi del proprio governo. Perché in realtà ne condivide pienamente la logica: l'affermazione di sé come continuo desiderio di allontanare, evitare e — se proprio non si riesce a farlo — umiliare quelli che non gli vanno a genio. Che sono diversi. E lui, in quell'ufficio, è comunque — anche se per poco — un uomo di potere: può decidere qualcosa di importante per quelli che si rivolgono a lui. Certo, non è padrone della loro vita. Ma può pesantemente interferire in qualcosa di essenziale per chi ha bisogno di un lavoro o di un alloggio o semplicemente di rimanere a studiare o a completare un corso di formazione. E lo sa, ed esercitare questo potere gli procura un'enorme soddisfazione.

A chi governa serve che ci siano piccole sacche di potere distribuite lungo tutta la catena della società. E' come un gas che si insinua da ogni parte, un veleno sottile per i cuori e le menti. Chi detiene anche una piccola porzione di questo potere non vuole perderlo: e difficilmente potrà prendersela troppo con chi — solo su una scala più grande — usa i suoi stessi metodi, ma nello stesso tempo ne condivide una scaglia, un frammento con lui. 



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COMMENTI
16/08/2015 - Est modus in rebus (Giuseppe Crippa)

Vorrei raccontare quanto mi è successo, all’incirca un mese fa, in un ufficio decentrato dell’anagrafe di Milano. Prima di me una nutrita serie di persone, molti stranieri, e sto aspettando il mio turno (fortunatamente ci sono stati assegnati dei numerini e quindi possiamo aspettare seduti) da almeno una ventina di minuti. Arriva alla postazione un anziano (immagino settantenne) nordafricano al quale viene chiesto di esibire il contratto d’affitto. Non ne è in possesso e dice all’operatrice che vorrebbe andarlo a prendere visto che abita poco lontano. L’operatrice acconsente ma non è in grado di proseguire il lavoro e quindi con un cenno prega il pubblico di pazientare. Tutti hanno aspettato senza alcun cenno di disappunto per più di un quarto d’ora continuando a chiacchierare, leggere o consultare il proprio smartphone. So che il mio tempo vale quanto quello di ogni altra persona ma mi sono sentito comunque danneggiato. Quando è arrivato il mio turno ho fatto presente all’operatrice che è stata davvero gentile ma forse un po’ troppo: c’è una misura in tutte le cose. Una curiosità: in quale paese europeo un impiegato può lavorare mentre mangia un gelato? Forse la Grecia?