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SOS MIGRANTI/ Io, italiano, vi racconto cosa vuol dire non essere trattati da uomini

Pubblicazione:domenica 16 agosto 2015 - Ultimo aggiornamento:domenica 16 agosto 2015, 22.28

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E mi ricordo, improvvisamente, che anche nel mio paese ho visto miei concittadini comportarsi così, con altri stranieri. E ora capisco — anche se in misura assai minore — cosa provavano costoro. E quanta stupidità ci fosse in chi mi diceva: "Non puoi fidarti degli stranieri. Sono servili e falsi: non si capisce mai quello che pensano davvero". Già. Prova tu ad avere paura di un impiegato. A pensare che sei sempre in difetto perché non capisci la lingua. A finire per credere che te la caverai solo se dici sempre di sì... 

Non importa se giudico le leggi del mio paese più umane o più evolute di quelle del paese in cui mi trovo. Nessuna legge da sola può impedire che scatti la logica del potere, quella che gli antichi chiamavano libido imperandi. E non posso non riconoscere episodi e occasioni in cui io stesso ho condiviso questa logica, magari unicamente per banale inavvertenza (perché il comportamento dell'impirgato mi ha comunque ferito e rattristato, anche se per avventura fosse stato solo frutto di superficialità).

E capisco che il mio amico, quello che aveva comunque alla fine ringraziato l'impiegato per la pazienza e gli aveva augurato buon giorno, è il vero ed unico affacciarsi di una possibilità nuova in quel cupo e sgangherato ufficio. E' la possibilità non semplicemente di una risposta "superiore" alla volgarità dell'impiegato, ma piuttosto di uno sguardo su di lui che lo vede e lo tratta come uomo. Non so se l'impiegato se ne è accorto. Ma me ne sono accorto io. E questo mi ha rallegrato ancor più dell'ottenimento della mia registrazione di domicilio. Perché mi ha mostrato che cosa può davvero testimoniare una speranza che non delude.

Luigi Ambrosio

Nota bene: sia l'autore che i suoi amici sono italiani, e quanto narrato è accaduto in un paese europeo.



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COMMENTI
16/08/2015 - Est modus in rebus (Giuseppe Crippa)

Vorrei raccontare quanto mi è successo, all’incirca un mese fa, in un ufficio decentrato dell’anagrafe di Milano. Prima di me una nutrita serie di persone, molti stranieri, e sto aspettando il mio turno (fortunatamente ci sono stati assegnati dei numerini e quindi possiamo aspettare seduti) da almeno una ventina di minuti. Arriva alla postazione un anziano (immagino settantenne) nordafricano al quale viene chiesto di esibire il contratto d’affitto. Non ne è in possesso e dice all’operatrice che vorrebbe andarlo a prendere visto che abita poco lontano. L’operatrice acconsente ma non è in grado di proseguire il lavoro e quindi con un cenno prega il pubblico di pazientare. Tutti hanno aspettato senza alcun cenno di disappunto per più di un quarto d’ora continuando a chiacchierare, leggere o consultare il proprio smartphone. So che il mio tempo vale quanto quello di ogni altra persona ma mi sono sentito comunque danneggiato. Quando è arrivato il mio turno ho fatto presente all’operatrice che è stata davvero gentile ma forse un po’ troppo: c’è una misura in tutte le cose. Una curiosità: in quale paese europeo un impiegato può lavorare mentre mangia un gelato? Forse la Grecia?