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Cronaca

FRANCESCO VENTORINO/ "Cari amici, ora ci sarò più di prima"

Francesco Ventorino (1932-2015) (Immagine d'archivio)Francesco Ventorino (1932-2015) (Immagine d'archivio)

Non c'era "Bene!", per quanto convinto e rassicurante, che bastasse, perché lui ti chiedeva, incalzando, cosa intendessi dire, e quale fosse questo "bene" che affermavi e di cui vivevi: alla fine del pranzo o della cena, che potevano durare ore ed ore, ti alzavi con l'impressione, netta, che lui avesse a cuore la tua vita più di te.

E poi, l'esperienza, i fatti: non gli importava che tu fossi un poveraccio pieno di limiti, lo siamo tutti; ma se ti nascondevi, indocile o presuntuoso, dietro teorie o discorsi, don Ciccio non ti dava requie. Primavera del '72, storica sede di via Ipogeo 2 a Catania, una quarantina di ragazzi del liceo classico Spedalieri partecipano al "raggio" (così si chiamavano gli incontri dei ragazzi di Gioventù Studentesca). Temi della riunione sono l'incontro e l'avvenimento. Nel foglietto di invito, che veniva proposto a tutta la scuola, è descritto un fatto, le parole sono, più o meno, queste: stai andando a giocare a pallone ed è una partita importante, la finale del campionato studentesco. L'aspetti da settimane, non vedi l'ora. Mentre vai di corsa sul marciapiede, un ragazzo, nella strada, proprio di fronte a te, cade dal motorino e resta a terra, dolorante. Cosa decidi di fare? Te ne freghi e tiri via dritto (ci penserà qualcun altro…) o quel fatto ti colpisce, magari ti fermi, vedi come sta quel tuo coetaneo, cerchi aiuto, mettendo in conto anche di rinunciare alla partita. 

Conclusa la lettura del foglietto, don Ciccio introduce la discussione sottolineando che, solo nel secondo caso, il fatto accaduto è divenuto incontro e avvenimento, perché ti ha cambiato, anche se per un po'. Un ragazzino grassottello, che viene per la prima volta, prende la parola e dichiara che, in teoria, quel ragazzino potrebbe pure fermarsi all'incidente ma senza che ciò comporti un cambiamento del suo complessivo modo di pensare o di fare. Ad esempio… "Non c'è esempio che tenga! — sbotta don Ciccio —. Qui tutti possono parlare di tutto, ma per esperienza, non per esempio!"

Così era Francesco Ventorino, con chiunque. Il detenuto e il poliziotto, lo studente grassottello e il padre di famiglia segaligno, il credente e il laico, l'uomo di potere e il barbone o l'immigrato incontrati alla mensa della Caritas (altra grande avventura, quest'ultima, dei suoi anni più recenti: decine e decine di adulti coinvolti ogni settimana, fedelmente, a Ferragosto come a Natale, con umile e traboccante dedizione, per cucinare e servire un pasto agli inquilini delle periferie del mondo): tutti, agli occhi di don Ciccio, erano innanzitutto uomini desiderosi di felicità, ai quali comunicare Cristo. 

Ci mancherà, questo è certo. Ma lui, che al sentimentalismo cedeva poco o niente, qualche giorno fa, ad un suo caro amico che gli diceva "Come faremo senza te?" ha risposto, un po' sornione: "Ci sarò, più di prima…".


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COMMENTI
18/08/2015 - DON CICCIO VENTORINO (salvatore abate)

SOLO POCHISSIME PAROLE L'ARTICOLO E' STUPENDO COME E' STUPENDO PENSARE CHE IL GRANDE DON CICCIO CI SARA' PIU' DI PRIMA. COMPLIMENTI!!