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FRANCESCO VENTORINO/ "Cari amici, ora ci sarò più di prima"

Pubblicazione:martedì 18 agosto 2015

Francesco Ventorino (1932-2015) (Immagine d'archivio) Francesco Ventorino (1932-2015) (Immagine d'archivio)

"Uno di noi, don Ciccio uno di noi! Uno di noi, don Ciccio uno di noi!". Gridavano così, in un afoso pomeriggio catanese, qualche mese fa, una ventina di detenuti del carcere di Piazza Lanza, a Catania, madidi di sudore per una partita di pallone appena conclusa. E mentre gridavano, lanciavano per aria un loro amico, un prete ben più che ottantenne, dal fisico già molto ammaccato, che si concedeva — un po' spaventato e, insieme, molto felice — a quelle numerose braccia robuste, capaci di lanciarlo in volo e di riprenderlo con dolcezza, senza danni: quel prete era don Ciccio, appunto, che ieri in volo c'è andato per sempre, dopo 83 anni di vita, 61 dei quali da sacerdote.

Come avesse fatto Francesco Pio Ventorino — questo era il suo nome completo, ma tutti lo chiamavano don Ciccio — a farsi considerare "uno di noi" dai detenuti è questione che ha a che fare con il segreto di questo straordinario prete siciliano, che aveva studiato filosofia alla Gregoriana di Roma per dedicarsi poi, a Catania, all'insegnamento di religione. A scuola, però, il sacerdote si era subito accorto che il "suo" cristianesimo poco interessava agli alunni e così, quando alcuni di questi gli avevano detto che una loro compagna di scuola "faceva religione" meglio di lui, don Ciccio si era precipitato ad uno degli incontri tenuti da questa ragazzina quindicenne bionda e slanciata. Colpito dai temi e dal livello del confronto, alla fine della discussione il giovane insegnante aveva chiesto alla ragazza da chi avesse imparato le cose dette: "cominciò a parlarmi — amava ricordare, a distanza di anni — di un certo don Giussani. Quell'estate del 1960 andai fino sulle Dolomiti, al Passo di Costalunga, per incontrarlo". 

È l'evento che cambia la sua vita: con don Giussani e l'esperienza ecclesiale sorta attorno a lui — Gs, Cl — don Ciccio riscopre la verità di una frase di san Tommaso che lui ben conosceva ed amava: "al loro destino di felicità gli uomini sono ricondotti attraverso l'umanità di Cristo". Non c'è uomo, persino il delinquente più incallito, che non desideri la felicità, e non c'è uomo per il quale l'umanità di Cristo non sia seducente anticipo di questa felicità. 

Questa tenace convinzione era declinata da don Ciccio con una peculiare e personalissima sensibilità: c'era la veemenza del carattere, certo; c'era la passione del polemista, non c'è dubbio; c'era la ricchezza profonda della dottrina, non si discute; ma c'era, soprattutto, una tenera ed implacabile passione per il vero e il bene di chi gli stava davanti, e ciò lo rendeva amatissimo (ed anche temutissimo, bisogna ammetterlo). Se stavi a tavola con lui, ad esempio, non arrivavi al terzo boccone senza che partisse l'affondo: e tu, come stai? Sei contento? E tua moglie? E i tuoi figli? E che dice il lavoro? 


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COMMENTI
18/08/2015 - DON CICCIO VENTORINO (salvatore abate)

SOLO POCHISSIME PAROLE L'ARTICOLO E' STUPENDO COME E' STUPENDO PENSARE CHE IL GRANDE DON CICCIO CI SARA' PIU' DI PRIMA. COMPLIMENTI!!