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LA COPPIA DELL'ACIDO E IL MALE/ Quel bambino che ci ricorda che tutto può essere salvato

Pubblicazione:venerdì 21 agosto 2015

Alexander Boettcher e Martina Levato (Infophoto) Alexander Boettcher e Martina Levato (Infophoto)

Tutti noi abbiamo dei mostri dentro. Uno di quelli che abitava il cuore di Martina Levato è emerso nella relazione con Alexander Boettcher, un rapporto malato che ha dato vita ad azioni malate - le aggressioni orribili con l'acido -, un rapporto basato sull'assurda convinzione che in fondo la giustizia, l'amore e il bello fossero loro stati negati per sempre e che - per questo - andassero ripresi, rivendicati, rubati.

Il male non nasce mai da una natura definitivamente cattiva, bensì dal dolore, dal tradimento, dall'ingordigia. Quel male è stato non solo pensato e teorizzato, ma è diventato, in quel rapporto, azione. Adesso però viene la parte più dura, quella che qualunque non credente deriderebbe con rabbia e rancore, ma che ha davvero del portentoso: Dio ha risposto a tutto quel male permettendo che dentro quell'inferno sorgesse un seme, un virgulto, che ha visto la luce proprio il 15 agosto, il giorno in cui la Chiesa festeggia il fatto che niente dell'uomo va perduto, che tutto è assunto e salvato. Agostino commenterebbe "etiam mala", anche i mali, anche i peccati. Da lì, da quel fatto inatteso, cambia tutto.

E se noi non guardiamo tutta la vicenda da quel punto di vista ci smarriamo, ci perdiamo, tra "compassionisti" e "colpevolisti" e tramutiamo Achille, il bambino che la mitologia greca vuole destinato ad essere "migliore di suo padre", in un caso, in un pettegolezzo di fine agosto. Il fatto veramente significativo non sono le valutazioni dei giudici e dei periti, tutte legittime, né le filippiche sulla paternità o sulla maternità che i puristi ci propinano a tutte le ore in tutti i talk show. Il punto è che di fronte a quel bambino riemerge tutta la drammaticità del nostro essere uomini, tutto il bisogno che abbiamo di guardare alla realtà e affrontarla fino in fondo.

Con quel bambino è come se Dio ci dicesse che la vera questione dell'esistenza non inerisce ultimamente le nostre azioni, ma la capacità che abbiamo di assumercene la responsabilità dinnanzi al mondo intero. Martina può essere madre, ma se impara a piangere e a chiedere in ginocchio scusa alle persone cui ha rovinato, o progettava di rovinare, la vita; Alex può essere padre, ma solo se accetta di essere malato, di farsi curare, di far pace con se stesso e con una storia che non ha mai davvero voluto guardare.

Nessuno, infatti, può accogliere un altro se prima non ha almeno iniziato ad accogliere e ad amare sé. È questo che i giudici dovranno valutare. Non semplicemente se i due possano accudire il bambino, ma se hanno preso coscienza del mostro che li ha divorati, del male che hanno fatto e del fatto che avere un figlio non è un gioco e - soprattutto - non è qualcosa che i due possono vivere all'interno della loro relazione, un rapporto che potrebbe anche non essere mai davvero e del tutto sanato e quindi, inevitabilmente, irrecuperabile.


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