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MEETING 2015/ Carrón: una nostalgia già piena di una presenza

Pubblicazione:lunedì 24 agosto 2015

Julian Carron Julian Carron

In un certo modo sì. Soltanto se ci sentiamo prima di tutto insieme con gli altri, che sono come noi, che hanno lo stesso desiderio, la stessa mancanza che abbiamo noi ci scopriamo compagni. Il problema è come noi guardiamo gli altri, se li guardiamo soltanto con i pregiudizi che abbiamo, per certi aspetti della loro vita, delle loro abitudini, o se andiamo al cuore di questi altri. Quando Gesù trova la samaritana, quello che gli interessa non è soltanto ciò che ha sbagliato, ma la sete di quella donna, la sua mancanza. Quando trova quelli che non hanno pane, gli interessa non soltanto rispondere alla loro fame: subito dopo gli parla di qualcosa d'altro, perché sa che il pane non basta per rispondere a tutto quello manca loro. Gli parla del pane della vita: «Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue», non potete avere vita in voi. Questo è quello che, poi, possiamo portare agli altri. Ma il primo passo è riconoscere quello che ci tiene insieme, tutti. E testimoniare agli altri quello che ci è capitato perché è ciò che risponde alla loro mancanza. Se facciamo così, entriamo costantemente in dialogo, come dice il Papa, e solo questo dialogo è in grado di dare anche a loro la possibilità di scoprire quello che a volte, a tentoni, stanno cercando.

 

In questo senso, come si colloca la figura di Abramo?

La figura di Abramo è l'inizio di questo dramma. Perché prima di Abramo, mancando questo "tu" che risponde alla mancanza, tutto era prevedibile. È quello che diceva Guccini: «Non sono quando non ci sei e resto coi pensieri miei». Noi abbiamo pensato che questo fosse solo una cosa spirituale, per quelli che volevano vivere più "buoni". No, questo è per essere uomini. Quando tutto questo viene meno allora vediamo che non è soltanto una cosa per gente "più spirituale". È per uno come Abramo, che ha trovato una Presenza che ha risvegliato tutta la capacità del suo io. Che cosa succede quando questa presenza, storica, di Dio viene meno perché l'uomo, a un certo punto, l'ha sentita ostile? Ritorniamo a prima di Abramo. Ritorniamo al torpore di cui parlano tanti contemporanei. Alla noia, al vuoto. All'accontentarsi del "prevedibile". Soltanto se entra nella vita l'imprevedibile, la vita diventa veramente drammatica, e veramente interessante. Perché se no, come dice Eliot, «perdiamo la vita vivendo». Solo se entra una Presenza, possiamo guadagnare la vita vivendo. Altrimenti siamo tutti condannati a perderla vivendo. 

 

(Andrea Avveduto)



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