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IL CASO/ Imperfetta e fragile, la forza (vera) della famiglia

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Romano Guardini (1885-1968) (Immagine dal web)  Romano Guardini (1885-1968) (Immagine dal web)

La famiglia non è un modello: è, come direbbe Guardini, un "concreto vivente". La famiglia è carne. E dunque si può ferire e anche infettare. Ma le ferite, curate, possono guarire, anche se le cicatrici restano: perché sono memoria e perdono, non oblio e noncuranza, che aiutano la guarigione.

La famiglia è sempre imperfetta e fragile e proprio qui sta la sua forza. È il luogo dell'inefficienza, dove i progetti saltano e i tempi si dilatano per assecondare e accompagnare chi ne ha bisogno. In un mondo dove il valore si misura sulla performance (ormai essere non è nemmeno più avere, è performare) e dilaga la cultura dello scarto, la famiglia è il luogo dove vali perché ne sei parte, perché condividi una storia, delle memorie, delle speranze. 

La famiglia è ormai uno dei pochi luoghi, forse l'unico, dove si imparano, vivendole nell'esperienza e nella quotidianità, cose fondamentali per la nostra umanità, che ormai altrove non si vedono più.  

Oggi sembra valere solo ciò che si è fabbricato, perché di ciò che si è ricevuto tocca essere grati, e questo pare sminuirci. Sembra valere solo ciò che si è scelto, e le cose da scegliere devono essere equivalenti: dire che una ha più valore dell'altra significa che la nostra libertà è limitata e questo sembra inaccettabile. 

La famiglia è invece fatta di legami che vincolano, e quindi limitano, e in più non sono scelti. E proprio per questo è una straordinaria scuola di relazione liberante con alterità non equivalenti. Perché l'altro, quello vero (non la variante dell'identico che offre il supermarket dei consumi) sempre anche altera, provoca, scortica, scomoda, invoca quando vorremmo starcene in pace. E quindi apre una breccia nella corazza autoreferenziale del nostro io, che in realtà è una gabbia asfissiante. Ci apre e ci libera. In famiglia si impara a coltivare la "libertà in condizioni di non sovranità" (Arendt), l'unica che realisticamente ci è concessa, nonostante le sirene dell'io sovrano suonino tutto intorno tutt'altra musica assordante. 

La famiglia è una comunità narrativa: in un mondo che vive solo nel presente, che accumula frammenti e che misura la libertà e il valore in quantità (di scelte, di like, di contatti, di retweet...), in un mondo che ormai sa solo contare, la famiglia insegna a rac-contare: a non vivere solo nel presente, a ricevere e a trasmettere, a sentirsi parte di una storia comune, a tenere viva la memoria di chi ci ha consentito di essere quello che siamo. 

Senza un'architettura del tempo, le vite crollano.

Le generazioni adulte soffrono oggi di un difetto di trasmissione: temono di condizionare le generazioni successive, ma spesso è un alibi per non prendersene cura. Maria Zambrano scriveva che "Si vive per davvero soltanto quando si trasmette qualcosa. Vivere umanamente è trasmettere, offrire, radice della trascendenza e suo compimento a un tempo" (I beati, p. 97). 


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COMMENTI
26/08/2015 - La famiglia si difende da sola? (Giuseppe Schillaci)

Dire che la realtà non è una minaccia ma una promessa di salvezza è suggestivo. Dire che la famiglia si difende da sola è anche vero. Ma perché, in fondo al nostro cuore, avvertiamo quel desiderio di difendere ciò che ci è caro? È solo paura o voglia di egemonia? La mia esperienza mi suggerisce di no.