BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

200 MORTI IN LIBIA/ Attenti alla trappola della "contabilità" che addormenta il nostro cuore

I migranti continuano a morire in mare e non solo. Ieri altri 200 sono morti in Libia. Ma noi stiamo diventando insensibili di fronte a un dolore che riguarda anche noi. MAURO LEONARDI

InfophotoInfophoto

"Libia, una nuova strage di migranti: 200 morti in due naufragi. Oltre 900 immigrati sbarcano in Calabria, anche 4 cadaveri". Se leggessi questa notizia senza badare alla data potrei pensare che è quella dell'altro ieri. Ma non è possibile perché ieri erano più di 50 i cadaveri e non erano in mare ma "parcheggiati" in un tir abbandonato sul ciglio della strada, quindi è la notizia di ieri. Se non avessi una buona memoria mi confonderei con la notizia dei 250 migranti soccorsi nel canale di Sicilia. Il numero è simile. Ma non è la Libia e loro sono stati presi in tempo. Sono vivi. Se fossi disattento mi confonderei con i 700 migranti giunti a Vibo Valentia con Medici senza Frontiere. Se fossi insensibile non mi toccherebbero i racconti dei migranti picchiati a morte dagli scafisti per rimanere nella stiva. Lo raccontano i 571 migranti del Poseidon. Gli altri 52 non possono raccontare nulla perché sono morti.

Se avessi ancora spazio per altre parole da scrivere, scriverei dei racconti della Croce Rossa e di un altro naufragio che non cito e di altri cadaveri che non enumero e di uno solo (1) che portava il giubbotto di salvataggio. Uno (1) è un numero facile da ricordare. Quanti se, vero? Ma la verità è che io, per districarmi, la data dell'articolo ho dovuto leggerla. E così sono stato sicuro che mi trovavo davanti non alla notizia di ieri ma a una notizia nuova. Che erano cadaveri nuovi. Forse sono l'unico a correre questo pericolo, ed è vero che non ho una buona memoria e che i numeri li confondo ma - a botta di 50, 100, 200 morti ogni volta - sento l'enorme rischio di abituarmi a questa macabra pesca estiva nel Mediterraneo.

La mia verità terribile è che sto diventando insensibile e disattento di fronte a tanto dolore. Il dolore mi fa male. Ma troppo dolore mi intorpidisce l'anima e la coscienza e mi viene più facile pensare a cosa deve fare l'Europa piuttosto che a cosa devo fare io. Io non voglio abituarmi. Voglio una coscienza che sa leggere, ricordare. Una coscienza che sente il dolore e lo riconosce. Un esercizio facile facile che consiglio a tutti è quello di provare a immaginare i numeri. Avevo letto agli inizi di agosto da qualche parte che duemila morti, stesi in fila, uno accanto all’altro, coprono più di tre chilometri, e non riesci a vederne la fine.