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IL CASO/ Oliver Sacks e il tumore: quando la paura del male diviene gratitudine

Pubblicazione:lunedì 31 agosto 2015

Oliver Sacks (1933-2015) (Immagine dal web) Oliver Sacks (1933-2015) (Immagine dal web)

Oliver Sacks è nato in una famiglia ultraortodossa ebrea, ma fin da giovane era un ambito in cui si sentiva stretto, tanto da prendere la decisione di trasferirsi da solo dall'Inghilterra in America, dove iniziò la sua carriera di medico-scrittore, così ricca e pionieristica rispetto al campo a cui ha dedicato le sue ricerche. Motivo principale del distacco dalla famiglia è stata la sua omosessualità, solo recentemente svelata. In un'intervista di quest'anno Sacks racconta di essere andato in Israele, dove non si era mai recato volentieri per non trovarsi in un ambiente "troppo religioso", in compagnia del suo compagno: aveva scoperto che in realtà, anche in una famiglia ultraortodossa, l'aria era molto cambiata e aveva goduto dell'accoglienza dei suoi. Attraverso questa, aveva riscoperto anche le sue radici religiose e il senso della festa ebraica. Eccone le parole alla fine della sua vita: "E ora, debole, col fiato corto e i muscoli una volta sodi sciolti dal cancro, trovo che i miei pensieri, non sulle cose soprannaturali o spirituali, ma su cosa si intende per vivere una vita buona e utile — hanno provocato un senso di pace dentro di me. Scopro che i miei pensieri vanno allo Shabbat, il giorno di riposo, il settimo giorno della settimana, e forse il settimo giorno della nostra vita, quando possiamo sentire di aver fatto il nostro lavoro, e di potere, in buona coscienza, riposare". 

Forse sta qui il segreto della sua serena accettazione della morte, non senza la confessione così umana, come abbiamo visto, della paura: la consapevolezza di una vita spesa alla ricerca della verità e della conoscenza, consapevolezza che è sempre, seppur laicamente, "religiosa" (con la stessa serenità che ebbe davanti alla morte un altro grande cercatore di verità: Socrate), perché questa è la vita dell'uomo. E anche la fortuna, o grazia, di rincontrare la forma di devozione (parola che gli piaceva) della propria famiglia e, come sempre accade quando uno ritrova la sua storia, la riapertura della possibilità di un destino buono oltre la vita.



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