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IL CASO/ Oliver Sacks e il tumore: quando la paura del male diviene gratitudine

Si è spento ieri Oliver Sacks, neurologo e scrittore britannico di origine ebrea-lituana. Distrutto dal tumore, aveva paura, ma predominava in lui la gratitudine. GIANFRANCO LAURETANO

Oliver Sacks (1933-2015) (Immagine dal web) Oliver Sacks (1933-2015) (Immagine dal web)

Si è spento ieri a New York Oliver Sacks, neurologo e scrittore britannico di origine ebrea-lituana. Sacks ha lavorato a lungo con persone soggette a disturbi neurologici ed ha accompagnato la sua professione medica a quella letteraria rinverdendo, in un'epoca in cui era in ribasso, la narrativa di carattere medico. La sua opera più conosciuta è Risvegli, da cui è stato tratto il film omonimo interpretato da Robin Williams e Robert de Niro, ma anche altri volumi sono tuttora degli autentici bestsellers: L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Musicofilia, L'occhio della mente sono fra questi. Ammalatosi di un melanoma oculare nel 2006, toccò con mano la sofferenza del fisico e dell'anima contro cui aveva sempre combattuto quando la incontrava nei suoi pazienti. Lo stesso cancro, apparentemente sconfitto, aveva prolungato invece le sue metastasi al fegato, cosa che gli era stata diagnosticata a febbraio di quest'anno. 

Molto significative sono state allora le sue affermazioni, quando lui stesso ne aveva dato notizia in un editoriale pubblicato sul New York Times: "Non riesco a fingere di non avere paura, ma il sentimento predominante è la gratitudine: sono stato un essere senziente su questo splendido pianeta, e questo è stato un privilegio e un'avventura". È molto toccante (e rara) l'espressione di gratitudine di un grande "senziente", diciamo pure sapiente e intellettuale, e la sua meraviglia per lo "splendido pianeta" in cui viviamo; gratitudine più volte ripresa: "Solo in casi molto rari questo tipo di tumore produce metastasi. Io sono in quel 2% di sfortunati a cui accade. Sono grato che mi sia stato concesso di vivere nove anni in buona salute, ma ora mi trovo faccia a faccia con la morte. Il cancro occupa un terzo del mio fegato, e anche se la fine può essere rallentata, questo particolare tipo di cancro non si può fermare. Ora sta a me scegliere come vivere i mesi che mi rimangono". 

Sappiamo come li ha trascorsi: come sempre. È prerogativa degli uomini che hanno vissuto intensamente e pienamente la loro vita non cambiarla neppure in circostanze "terminali". Perciò sappiamo che si è avverato ciò che si augurava: "Mi sento intensamente vivo e spero di utilizzare il tempo che mi rimane per approfondire le mie amicizie, per dire addio a coloro che amo, per scrivere di più, per viaggiare se ne avrò la forza, per raggiungere nuovi livelli di comprensione e intuizione". 

Di fronte a questa serenità e gratitudine al cospetto della morte, viene da chiedersi cosa la rende possibile, soprattutto perché sappiamo che generalmente questo atteggiamento è soprattutto di chi ha un profondo senso religioso e un'idea della vita come primo passo verso un traguardo eterno.