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SOS MIGRANTI/ Ahmed, Keita e Bamba, tre storie che battono l'Europa egoista di Frontex

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Ahmed è, invece, un ragazzo egiziano di sedici anni che i genitori hanno inviato in Occidente con la segreta speranza che almeno lui potesse trovare un futuro felice. Quando è arrivato in Sicilia era spaurito, pieno di lividi per le botte ricevute durante la lunga traversata e disperato. Accolto in una comunità alloggio per minori alle falde dell'Etna è stato letteralmente "salvato" dall'amicizia con un connazionale più adulto che l'ha adottato come fratello minore e dalla dedizione degli operatori della comunità.

Bamba, senegalese, era sbarcato a Portopalo dopo un lunghissimo viaggio attraverso il Mali e la Libia. Condotto al centro di prima accoglienza di Priolo ha avuto la fortuna di poter vivere a Siracusa con una famiglia affidataria. Ripensavo a queste storie che avevo seguito per ragioni professionali l'altra sera mentre vedevo nel centro storico gli effetti dell'ultimo sbarco. Sì, abbiamo ottenuto a Catania una struttura di Frontex (l'Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere extra Ue), avremo nuovi magistrati che si occuperanno di individuare e processare gli scafisti, ma senza la disponibilità a commuoverci per il dramma di nostri fratelli che fuggono dalla guerra o dalla morsa dei fondamentalisti o dalla carestia e senza la pratica dell'accoglienza, gli sbarchi che si susseguono settimanalmente rischiano di ridursi solo a una scocciatura o a un business.

Ma i volti dei migranti che incrociamo per strada ci invitano ad aprire il nostro cuore, che assomiglia – come scriveva Domenico Quirico dopo la strage di migranti dell'aprile di quest'anno – a "un sepolcro da gran tempo murato".

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