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Cronaca

SOS MIGRANTI/ Ahmed, Keita e Bamba, tre storie che battono l'Europa egoista di Frontex

Duemila morti nei primi sette mesi del 2015, altri duecento nella giornata di mercoledì scorso: il Mediterraneo è ormai un grande cimitero di migranti. GIUSEPPE DI FAZIO

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Duemila morti nei primi sette mesi del 2015, altri duecento nella giornata di mercoledì scorso: il Mediterraneo è ormai un grande cimitero di migranti. Ma le tragedie quotidiane che si consumano nel mare e gli sbarchi che continuano a susseguirsi con regolarità sulle coste siciliane e calabresi non fanno più notizia. A meno che, come avvenuto in questa settimana, non assumano gli aspetti eclatanti di una ecatombe. I numeri dei migranti sbarcati e dei morti nei barconi alla lunga non ci dicono più niente di nuovo. Non ci commuovono e, perciò, non riescono nemmeno a smuoverci dal nostro torpore e dalle nostre abitudini. Ma quei migranti che lasciano casa, parenti, amici, patria per sfuggire a una morte sicura in vista di una morte probabile, non sono numeri. Sono occhi pieni di tristezza. Sono cuori pieni di desiderio. Sono mani tese alla ricerca di aiuto.

Questi pensieri mi venivano alla mente l'altra sera quando, in una insolita passeggiata serale per il centro di Catania, mi sono imbattuto in due scene emblematiche. Davanti al carcere di Piazza Lanza, sotto la pensilina predisposta per riparare dalle intemperie i parenti dei detenuti, erano stati collocati alcuni materassi su cui dormivano due migranti sbarcati probabilmente nei giorni precedenti. Poco più in là, sui gradini di un negozio con le luci ormai spente, cercavano riposo tre altri migranti. Erano così stanchi e deperiti da suscitare compassione.

Chissà di quali storie ciascuno di loro è portatore, chissà quali tragedie hanno lasciato alle spalle per considerare, comunque, desiderabile la nostra cinica indifferenza. Negli sbarchi anche le procedure sono divenute ormai un fatto routinario, se non una seccatura. Con i funzionari delle prefetture costretti a turni massacranti senza neppure il diritto allo straordinario, con la Protezione civile arrivata ormai allo stremo e la Caritas che non riesce più a far fronte alle richieste di aiuto.

La mensa è stata potenziata, sono nati nuovi centri di alloggio, stanno sorgendo altre iniziative soprattutto per accogliere i minori non accompagnati. Ma è una goccia in un mare di bisogno. Ricordo, qualche tempo fa, l'incontro con Keita, un giocatore di calcio della serie A del Mali, arrivato attraverso la Libia a Lampedusa dopo un drammatico viaggio in un barcone. Trasferito nella grande struttura di accoglienza di Mineo (oggi al centro di inchieste giudiziarie legate al caso romano), Keita si ritrovò una sera al centro di una lite fra migranti di diversi paesi che si contendevano l'unico televisore disponibile. Keita voleva seguire la semifinale della sua nazionale in Coppa d'Africa, altri migranti erano interessati a una partita diversa. L'esito di quella lite fu per Keita tragico: lesione del midollo e paralisi degli arti inferiori. Ricoverato all'Unità spinale di Catania, senza familiari che l'accudissero e senza conoscere una parola di italiano, Keita s'è lentamente ripreso grazie a una struttura attrezzata in cui è stato accolto, e ha conquistato amici e una vita dignitosa, in carrozzella.