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9 MILIONI PERSI AL GIOCO/ Chi ha "salvato" la libertà di un promotore di Forlì?

Pubblicazione:martedì 15 settembre 2015

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Per tutti a Forlì S.V. era un esperto e affidabile promotore finanziario. Professionisti, imprenditori, anche notai, come anche modesti pensionati, e poi amici e parenti gli avevano dato da gestire notevoli somme: utili economici ma anche risparmi di una vita. Non avranno indietro un solo euro perché S.V. non li ha messi a frutto come faceva credere, ma li ha bruciati tutti nel gioco d'azzardo. E sono la bellezza di 9,4 milioni. 

La ludopatia, si sa, non perdona. La vicenda di quest'uomo colpisce perché i soldi che ha buttato via sono proprio tanti, oltre che non suoi; e perché per seguire il suo demone, impinguare i casinò dove aveva perso e aggirare le norme antiriciclaggio, S.V. ha messo in piedi un sistema fraudolento molto ma molto raffinato. Insomma ha sacrificato sull'altare del dio azzardo tutte le risorse intellettuali e professionali, oltre che economiche, di cui disponeva, per rovinare sé, la famiglia, gli affetti, le relazioni sociali: in definitiva per perdere la vita. 

La cosa appare così irragionevole, e ancora più perfida della tossicodipendenza e dell'alcolismo, da sembrare addirittura impossibile, o almeno una rara eccezione. No, non è così: in Italia la ludopatia (per alcuni è meglio azzardopatia) riguarda 800mila persone, che sono circa l'1,5% della popolazione. Quanti hanno studiato questa patologia concordano sul fatto che il vero scopo di chi punta ai tavoli del casinò o infila quintalate di monete da un euro nelle fauci delle slot machine, la sua vera soddisfazione, non è la vincita ma l'azzardo stesso come estraniazione dalla realtà e sfida alla sorte, così che diventa irrefrenabile il bisogno di continuare a giocare e di trovare sempre più soldi per poterlo fare, a costo di una vita di menzogne e imbrogli.

Il primo pensiero che viene è questo: come è spaventosamente potente il bisogno di una soddisfazione totale, al punto che uno va magari a cercarla sempre più ad di là del limite, del ragionevole, al di là del reale stesso, come in una folle allucinata avventura di fronte alla sorte. Il fato è sin dall'antichità la forza misteriosa e suprema, con cui l'uomo non può però avere — a differenza poniamo del Dio di Abramo — alcun rapporto, alcun dialogo. Il bisogno di soddisfazione è un bisogno infinito che non può non aver risposta. L'uomo è fatto così, e la tentazione di farsi un idolo e consegnarvisi è vecchia come il mondo. Nuove sono semmai tecnologie e reti digitali che rendono l'idolo più capillarmente pervasivo che mai. Ma non è sbagliato il bisogno: è sbagliato l'idolo.


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