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BULLISMO/ Andrea, chi ti ha ucciso come farà a chiederti perdono?

Pubblicazione:sabato 19 settembre 2015

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Chissà che vita faceva Andrea Natali, il ragazzo di Borgo d'Asti che si è tolto la vita impiccandosi nella sua camera da letto. Chissà che cosa lo aveva portato a diventare la vittima di un gruppo di bulli che lo avevano cacciato in un bidone dell'immondizia, gli avevano cacciato in testa un sacchetto della spazzatura, lo avevano fotografato, filmato e messo le immagini in rete. Aveva anche avuto il coraggio di denunciare il fatto — forse non le persone — alla polizia postale. Ma non era bastato, si era fatto sempre più malinconico, sempre più introverso. Fino a che non ce l'ha fatta più e ha appeso il suo povero corpo a una trave di casa.

Quando avevo tra i dieci e i dodici anni, conoscevo un ragazzo che era finito nel mirino di una banda di coetanei, o appena un po' più grandicelli. A scuola aveva paura di andare in bagno, perché gli aprivano la porta della latrina, gli tiravano giù i pantaloni, minacciavano di fargliela addosso. In giro per strada lo strattonavano, gli sputavano in faccia, lo deridevano. Certo, aveva il physique du rôle: grande e grosso, timido, impacciato; calzoni corti, capelli cortissimi, occhiali spessi, bravo a scuola, in un quartiere dove i ragazzi avevano i capelli lunghi, portavano i primi jeans, in classe facevano a gara a chi prendeva più note. Alla fine anche lui non voleva più uscire di casa, era diventato bravissimo a inventare scuse per non dire ai genitori la vera ragione per cui se ne stava rinchiuso. Lo conoscevo bene, perché quel ragazzo ero io.

Un paio d'anni più tardi i miei mi hanno mandato a studiare d'estate in Inghilterra, mi sono trovato in camera con un ragazzo francese, timido, impacciato, senza amici. Si era attaccato a me e ai miei compagni italiani, ma ci dava fastidio, con lui ci toccava parlare inglese, non lo volevamo. Abbiamo cominciato a fargli scherzi cattivi, gli davamo falsi appuntamenti, scappavamo piantandolo in posti sconosciuti. Nel giro di due anni mi ero trasformato da vittima in carnefice. Certamente nel mio purgatorio c'è Pierre — si chiamava così — davanti al quale dovrò inginocchiarmi e chiedergli perdono.

Chissà cos'è che spinge gli uomini ad affermare sé maltrattando creature indifese. A volte sono la moglie, i figli. A volte "nemici". A volte semplicemente animali. A volte i nostri compagni di scuola, di lavoro, di un tratto di strada. Il tristemente celebre esperimento di Philip Zambardo (ne hanno fatto anche un film, The experiment) ha mostrato come sia facile che giovani che considereremmo normali, colti, di buona educazione, messi in determinate condizioni sviluppino una terribile capacità di diventare sadici aguzzini. Abu Ghraib l'ha confermato. Che cosa ci spinge a infierire sui deboli? Il retaggio ancestrale, animale della nostra evoluzione? 


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COMMENTI
19/09/2015 - Riflessione profonda (Giuseppe Crippa)

Trovo molto profonda la riflessione del professor Persico e la sua partecipazione umana alla vicenda molto bella. Il farci notare che tutti siamo stati – o saremmo potuto essere – sia vittime che aguzzini è un richiamo alla realtà del nostro io, coacervo di pulsioni sia negative che positive, ed all’esistenza di ambienti che purtroppo facilitano l’esibizione del peggio di noi: una volta le caserme col loro nonnismo, ora i social con la possibilità di insultare anonimamente e, ora come allora (ma forse ora ancor di più) la scuola. Abu Ghraib, pur deprecabile, è altra cosa.