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Cronaca

CAOS MIGRANTI/ La domanda che viene "prima" dell'accoglienza, dei vertici e delle quote

L'accoglienza del diverso da sé: è giusto, è sbaglato? Posso o non posso? Ogni uomo non può sfuggire alla riflessione di queste domande. L'esperienza di MARIO DUPUIS

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Caro direttore,in questi ultimi giorni, con l'imponente aumento di profughi in arrivo in Europa, sta aumentando anche lo smarrimento della gente: si sta discutendo molto sulla necessità di fermare il flusso intervenendo nei Paesi di origine o di assicurare rigide distinzioni tra chi è veramente profugo da paesi in guerra e chi no, fino a dibattere, soprattutto nel mondo cattolico, sulla eventuale preferenza da dare a profughi cristiani, siriani in particolare, perseguitati dall'Isis.

La mia esperienza nel villaggio di accoglienza "Ca' Edimar" a Padova, iniziata nel 2001, mi fa dire che c'è qualcosa che viene prima di tutto questo, e la drammatica circostanza in cui siamo, per l'imponenza del problema che presenta, ha comunque un merito: che l'accoglienza del diverso da sé esce dai luoghi tipicamente preposti a questo (opere sociali, comunità, adozioni, etc.) e rappresenta una domanda e una grande opportunità per tutti, cristiani e non.

Sì, c'è qualcosa che viene prima del "posso o non posso — è giusto non è giusto — serve o non serve". E' la domanda a cui il cuore dell'uomo, di ogni uomo non può sfuggire ed è quella che introduce il bellissimo titolo del prossimo Meeting di Rimini "Tu sei un bene per me".

Nessuna paura per i lettori: lasciare che il cuore affermi questa verità suprema dell'essere, "Tu sei un bene per me", non significa immediatamente e meccanicamente "allora ti accolgo a casa mia": è molto di più, non confinabile e misurabile nell'atto concreto di solidarietà che poi può nascere. E' allargare la propria umanità, fatta di ragione e cuore, fino ai confini ultimi del mistero della vita e perciò della persona, di qualunque persona.

Quando ho portato il primo ragazzo di strada a casa mia, nell'ormai lontano 1996, l'esito non è stato innanzitutto la decisione di accoglierne altri, ma che, guardando quell'estraneo fino ad arrivare a scorgere ciò che mi univa a lui e non me lo rendeva più estraneo, ho guardato i miei figli e mia moglie con più verità. Non occorre la fede per fare questo percorso. Basterebbe essere leali con se stessi, partendo da domande semplicissime e disarmanti come quella che mi faccio ancora davanti ad ogni persona bisognosa che bussa alla porta di Ca' Edimar o che vedo nei crocicchi delle strade a chiedere la carità: che meriti ho io per non essere nato e cresciuto in un ambiente che mi avrebbe portato ad essere come loro? Ho forse scelto io di nascere dove sono nato e non in un villaggio del Brasile dove si scappa a otto anni, come fu per Edimar, e diventare menino de rua per sopravvivere? Ricordo quando don Giussani ci raccontava di sua madre che, quando era piccolo, rimboccando le coperte del suo letto era solita dire al figlio: «Pensiamo ai poveri [...] pensiamo a quel che è successo in Giappone, pensa alla guerra che c'è in Cina».


COMMENTI
24/09/2015 - Tu sei un bene per me (claudia mazzola)

Carissimo Mario Dupuis, ti sono grata. Ho proprio bisogno di persone come te che mi aprono gli occhi ed il cuore.

 
23/09/2015 - caos migranti (delfini paolo)

I ragazzi poveri delle favelas non sono comunque paragonabili a tutti i falsi profughi che vengono in Europa con uno scopo politico-religioso ben preciso.

 
23/09/2015 - Io senza fede non accolgo... grazie a Dio (claudia mazzola)

"Non occorre la fede per fare questo percorso". E allora Gesù Cristo cosa è morto a fare in croce per noi se siamo già così bravi?

RISPOSTA:

Nella mia esperienza ho capito che Cristo non è venuto perché non ero bravo e così con Lui lo sono diventato. Cristo non è venuto ad aiutarmi ma a SALVARMI. E così ha liberato quell'energia del cuore che è insita in ogni uomo. E' talmente insita che può scatenarsi, negli animi più nobili, anche senza essere cristiani, cioè aver incontrato Cristo. Questo "senso religioso" ci accomuna a tutti gli uomini e Cristo, per chi lo ha incontrato, lo ridesta a tal punto da riconoscerne i segni, anche labili, in ogni uomo perché, strutturalmente, siamo fatti tutti a immagine e somiglianza di Dio. Un artista non cattolico venuto ieri sera a Ca' Edimar mi ha detto "Voi qui ridate ad ognuno che viene la speranza". Grazie Claudia. MD