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GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE/ Mons. Lorefice: la misericordia non è buonismo

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Che proprio giovedì scorso si è insediato in episcopio un tavolo di lavoro che ho richiesto personalmente per affrontare questa emergenza, insieme a quella abitativa. Si sono riuniti su mio invito il prefetto, il sindaco e gli assessori competenti, sia comunali che regionali. L'iniziativa è stata apprezzata da tutti, non solo dai partecipanti. Le istituzioni, la politica, la comunità cristiana comprendono ormai che c'è un dato storico che deve vederli insieme e che c'è un'emergenza che va affrontata insieme e — soprattutto quella abitativa — nel segno della legalità. Insomma, è giunto il momento di lavorare in rete, creando un coordinamento intelligente.

 

Proprio su questo particolare aspetto dell'accoglienza è intervenuto alcuni giorni fa in tv il segretario generale della Cei, mons. Galantino, sostenendo che l'integrazione non è mai frutto di un buonismo a buon mercato e che la Chiesa italiana non è quella che accoglie tutti, comunque sia, comunque vengano, qualsiasi cosa facciano. Lei cosa ne pensa?

Buonismo è un termine molto forte. Io dico spesso che l'altro è logos, è parola che ti raggiunge. E' chiaro che perché ci sia un dialogo, deve esserci una reciprocità. Io mi arricchisco della diversità dell'altro e l'altro si arricchisce anche della mia ricchezza, della mia identità. Da questo punto di vista penso che Palermo oggi possa dire molto, perché Palermo è stato crocevia di lingue, di parole che si sono realmente incontrate per cui la convivenza si è arricchita, ha prodotto cultura. L'esperienza della comunità cristiana non inclina al buonismo. Il cuore del cristianesimo è un Dio che fuoriesce da sé stesso, che quasi sfigura la sua identità pur di assumere l'altro nella sua diversità. E' quello che San Paolo chiama kenosi. Il Verbo di Dio si fa uomo e l'uomo "diventa Dio". Il nostro non è un buonismo, un paternalismo. Anzi noi dovremmo essere, in quanto cristiani, in quella che possiamo definire la relazionalità cristica. 

 

Che vuol dire in concreto?

San Paolo dice parlando di Dio: da ricco che era si fece povero. Ma tutto avviene nella dimensione dello scambio. Perché l'uomo si arricchisce di questo svuotamento di Dio e Dio si arricchisce dell'identità umana. Noi cristiani invece a volte trattiamo il nostro patrimonio di ricchezza senza riuscire ad immetterlo in circolo, perché leggiamo il Vangelo con le precomprensioni umane. E così accade che mentre accogliamo chi viene dal sud del mondo addirittura ne riceviamo un vantaggio, perché questo ci aiuta ad avere occhi per vedere i profughi e i poveri delle nostre città, frutto delle scelte economiche dell'Occidente. Con una frase un po' forte potremmo dire che la nostra stessa carne è profuga. Ed anche su questo punto papa Francesco ci da precise indicazioni nel messaggio di quest'anno.

 

Quali?

Quando afferma che la risposta del Vangelo è la Misericordia, perché dono di Dio rivelato nel Figlio. E poi aggiunge: "…la misericordia ricevuta da Dio, infatti, suscita sentimenti di gioiosa gratitudine per la speranza che ci ha aperto il mistero della redenzione nel sangue di Cristo. Essa, poi, alimenta e irrobustisce la solidarietà verso il prossimo come esigenza di risposta all'amore gratuito di Dio" e poi aggiunge una frase molto efficace: "L'ospitalità, infatti, vive del dare e del ricevere".

 

Può approfondire questo tema dell'incontro e del dialogo nella diversità, che anche i recenti fatti della notte di Capodanno in Germania hanno prepotentemente portato alla ribalta?