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GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE/ Mons. Lorefice: la misericordia non è buonismo

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Il rifugiato è qualcuno che arriva nella nostra vita come una parola, anzi è parola e la parola ci raggiunge perché accada un dialogo. E' anche un volto che ci interpella a cui dare risposta, perché è il volto di un uomo. E da questo punto di vista penso sia chiaro il fatto che il messaggio è scritto dallo stesso Papa che ha indetto l'Anno giubilare della Misericordia; un Papa che ha richiamato la Chiesa a ripensarsi a partire da ciò che la contraddistingue. Parliamo, cioè, del dna stesso della comunità cristiana, di un cuore capace di vivere di misericordia e di accoglienza, cioè di un cuore che realmente riesce a coinvolgersi. E questo appello è rivolto a tutti gli uomini, non solo ai cristiani, perché oggi più che mai abbiamo la consapevolezza che non possiamo più fare un discorso settoriale di identità che si escludono, ma di identità che convivono. Lui utilizza termini anche molto forti, anche perché a volte ci si può trovare di fronte a manifestazioni che rasentano il razzismo. 

 

E i recenti fatti di questi giorni a Colonia e in Germania cosa insegnano?

Ci dicono che certamente non è quella la strada. Il Papa ha scritto infatti: "I migranti sono nostri fratelli e sorelle che cercano una vita migliore lontano dalla povertà, dalla fame, dallo sfruttamento e dall'ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta, che equamente dovrebbero essere divise tra tutti". La questione è questa diversa distribuzione delle ricchezze che è una responsabilità soprattutto del Nord del mondo e questo ci riguarda per le scelte che noi siamo chiamati a fare. Riguarda soprattutto chi ha una responsabilità internazionale e politica, perché non si può più pensare in termini di singoli Stati; siamo realmente un mondo diventato villaggio globale. Il Papa legge questo dato storico e ci dice che c'è un Sud del mondo che spinge verso il Nord e che questo deriva dalla povertà e dalle guerra che ci sono in quelle zone. E questa è anche responsabilità dell'Occidente che ha voluto imporre al mondo intero un suo sistema di sviluppo che fa perno sul profitto. Fame e guerra sono in tal senso due facce della stessa medaglia. E di questo posso dare anche personale testimonianza. 

 

Cioè?

Per le opportunità che la vita mi ha dato conosco l'America latina, l'Africa e il Medio oriente. A febbraio scorso sono stato a Damasco, ad agosto in Congo, e la domanda che mi pongo ogni volta è: com'è possibile che possano convivere in questi paesi grandi ricchezze (oro e uranio per esempio) e al tempo stesso grandi povertà?

 

E che risposta si è data?

Che dobbiamo fare i conti con un nuovo fenomeno, per altro ampiamente previsto dagli studiosi: questa gente stanca di aspettare si è messa in moto ed è venuta ad abitare da noi. Anche se questo è frutto di una responsabilità a monte, noi non possiamo creare barriere, ne tantomeno sparare sui barconi. Perché questo significherebbe avere una lettura solo emotiva se non ideologica della situazione e negare la storia stessa dell'uomo che si è sviluppata fin da Abramo attraverso le migrazioni. E' chiaro poi che il Papa spinge ad andare oltre.

 

Verso dove?