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GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE/ Mons. Lorefice: la misericordia non è buonismo

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Verso una concezione ed una esperienza della parola Misericordia che non sia come noi la intendiamo spesso, cioè come una sorta di commiserazione per i più disgraziati, cioè in termini paternalistici e sentimentali. L'invito del Papa è rivolto agli uomini perché ripensino la loro convivenza alla luce del messaggio che Gesù ha reso vivo con parole e gesti. E' il messaggio della Rivelazione, che è il messaggio che Dio ha scelto per rivelare il Suo volto. Il volto che Gesù ci racconta di questo Dio è il volto di un Dio che pensa gli uomini senza distinzioni, un Dio che vuole l'intera famiglia umana radunata nel segno della giustizia e della pace. Mi colpisce sempre quel passo della Gaudium et spes in cui si dice che la vocazione dell'intero genere umano è quella di conseguire Dio, il Signore è il fine dell'intera storia umana. Nel Nuovo Testamento è chiaro l'annunzio di un Nuovo Mondo, di una Nuova Creazione, di Cieli Nuovi e di una Terra Nuova. 

 

A cosa si riferisce in concreto?

Al fatto che il cristiano non può sopportare che nel mondo ci siano uomini e donne che soffrano. Se il fine dell'intera famiglia umana è conseguire il paradiso, e non solo dei cristiani, allora chi porta il volto della sofferenza è colui che in questo momento deve essere aiutato a veder realizzato fin da ora un sogno che è il sogno di Dio preparato per noi, quello che in termini più teologici si chiama la "gloria di Dio". San Paolo ne parla in termini di "spessore di gloria", di una certezza che si radica sulla Resurrezione di Gesù. I Cieli Nuovi e la Terra Nuova non sono mera fantasia, perché io condivido con tutti i fratelli cristiani questa certezza: che noi ci muoviamo verso l'interruzione della storia che conosce ingiustizia, sofferenza, e verso i Cieli Nuovi e la Terra Nuova che Gesù Cristo con la sua Pasqua ha inaugurato.

 

Concludiamo tornando da dove siamo partiti: l'accoglienza e l'impegno dei cristiani. Nel recente libro La bellezza disarmata don Julián Carrón scrive: "Quando coloro che abbandonano le loro terre arrivano da noi alla ricerca di una vita migliore. Quando i loro figli nascono e diventano adulti in Occidente, che cosa vedono? Possono trovare qualcosa in grado di attrarre la loro umanità, di sfidare la loro ragione e la loro libertà? Lo stesso problema si pone in rapporto ai nostri figli: abbiamo da offrire loro qualcosa all'altezza della domanda di compimento e di senso che essi si trovano addosso?". Concorda con questa lettura e quale risposta si può dare?

Penso che l'Occidente possa dare a quanti giungono tra noi questo messaggio: noi realmente abbiamo maturato concetti molto alti. Mi riferisco alla dignità della persona, alla libertà della coscienza, al rispetto del credo religioso. Noi possiamo fare molto, ma riceviamo anche molto. Questi fratelli che vengono dal Sud hanno una ricchezza di una visione antropologica globale; loro non si pensano senza Dio. Ritengo che questa sia una grande ricchezza e una grande reciprocità al di là dei fondamentalismi che purtroppo emergono.  Molti di questi fratelli portano anche l'istanza di una vita spirituale. Un musulmano si prostra a terra cinque volte al giorno per pregare, anche in pubblico. In quel gesto c'è una dimensione della vita che forse abbiamo perso e c'è anche una grande ricchezza che dovremmo imparare a conoscere.

 

E qual è il nostro compito? 


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