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UNIONI CIVILI/ L'utero in affitto, la donna e lo scontro delle due "sinistre"

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Intervistata da Avvenire, la Agacinski osserva come "Molti media si sono smarriti volendo vedere in questa pratica sociale un presunto progresso. Hanno parlato molto della felicità delle coppie che vogliono un bambino a ogni costo, al punto che si è radicata l'idea che esista un diritto al figlio, indipendentemente dai mezzi per farlo nascere. Nonostante questa propaganda, si comincia a comprendere, grazie a numerosi documentari, la violenza che rappresenta, per le donne, l'ingresso della maternità su questo mercato. Le cose si sono mosse in Francia negli ultimi anni, soprattutto a sinistra. Il Partito socialista ha condannato questa pratica a partire dal 2010. Il presidente della Repubblica François Hollande e il premier Manuel Valls hanno escluso qualsiasi legalizzazione della maternità surrogata in Francia. Non abbiamo a che fare con gesti individuali motivati dall'altruismo, ma con un mercato procreativo globalizzato nel quale i ventri sono affittati. È stupefacente, e contrario ai diritti della persona e al rispetto del suo corpo, il fatto che si osi trattare una donna come un mezzo di produzione di bambini. Per di più, l'uso delle donne come madri surrogate poggia su relazioni economiche sempre diseguali: i clienti, che appartengono alle classi sociali più agiate e ai Paesi più ricchi, comprano i servizi delle popolazioni più povere su un mercato neo-colonialista. Inoltre, ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana. Ma si tratta giuridicamente di una persona e non di una cosa".

La provocazione della Agacinski ha aperto un dibattito in seno alla corrente femminista che costituisce, insieme a quello sui rapporti tra occidente ed islam, la discussione intellettuale più interessante nell'attuale momento storico. In Italia talune tra le voci più significative del pensiero femminista hanno ripreso gli interrogativi dell'autrice francese. Tra esse vi è Luisa Muraro, filosofa e figura di riferimento del femminismo italiano. Fermamente contraria alla pratica dell'utero in affitto, equiparata ad una sorta di prostituzione legalizzata, la Muraro afferma che "La causa è un neoliberismo — non economico ma culturale — che predica la totale disponibilità del proprio corpo. Il che poi era la parola d'ordine nel passato di alcune femministe con quell'"io sono mia", slogan poco sensato al quale non ho mai aderito (la vita l'abbiamo avuta in dono, prima di tutto da una madre, dunque è un dono da ricambiare con altre persone). Per questo micidiale neoliberismo tutto deve tradursi in merce, tutto si compra e si vende. Non è solo un business, è una cultura, una tendenza generale a farci ragionare in questi termini. Poi però è vero che dietro ogni falso diritto c'è sempre un business che lo rafforza. I popoli europei sarebbero molto lontani dagli eccessi di questo capitalismo statunitense, ma è difficile svincolarsi dalle leggi del mercato globalizzato. Oggi combattere davvero per la libertà significa riuscire a gestire con saggezza la potenza tecnoscientifica e soprattutto difendersi dal mercato, che non è più progresso, è una macchina che stritola la gente. Dobbiamo dirlo ai giovani". 

La discussione non coinvolge solo la Agacinski e la Muraro. Ritroviamo una posizione analoga in Livia Turco, presidente della Fondazione "Nilde Iotti: le donne, la cultura, la società". Per la Turco l'utero in affitto è "Una pratica semplicemente abominevole. … Dopo tante battaglie di civiltà, oggi il corpo della donna è ridotto alla più bieca forma di mercificazione". 



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