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UNIONI CIVILI/ L'utero in affitto, la donna e lo scontro delle due "sinistre"

Pubblicazione:domenica 17 gennaio 2016

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Come scrive Ida Dominianni: "'Il corpo è mio e lo gestisco io', slogan inventato quarant'anni fa per esprimere la volontà di riappropriarsi del corpo femminile sequestrato dal patriarcato, può servire oggi a legittimarne spensieratamente la prostituzione nel post-patriarcato? Il radicale cambiamento del contesto in cui viviamo rispetto a quarant'anni fa non cambia anche il significato delle enunciazioni di allora, o non ci obbliga a precisarle? L'idea della sovranità assoluta sul nostro corpo, tipica della baldanza del primo femminismo, non dovrebbe cedere il passo a una concezione più matura del soggetto non-sovrano… ?". Posizione, questa della Dominianni, condivisa pienamente da Marina Terragni.

Il soggetto "non sovrano" è quello che non si lascia risucchiare dai sogni di onnipotenza indotti dalla tecnica e dagli enormi interessi commerciali in gioco, che evita l'equazione desideri-diritti. Come afferma Paola Tavella: "Maternità e genitorialità non sono un diritto. Sono un desiderio, un'aspirazione, un istinto, ma non un diritto che ci porta oltre i limiti dell'umano. L'utero in affitto è una pratica disumana in cui la tecnoscienza si permette di fare cose mostruose senza alcuna remora. Io non giudico le singole storie, e nemmeno voglio fare moralismi, ma dobbiamo dire che la maternità surrogata è l'espressione di un capitalismo spietato, di un'ingiustizia clamorosa". 

Le voci che abbiamo qui ricordato — Agacinski, Muraro, Turco, Armeni, Dominianni, Terragni, Tavella — non sono le uniche a condividere la critica al femminismo individualista-borghese. Di questa critica la tematica dell'utero in affitto è il punto discriminante, quello che segna la differenza tra una concezione libertaria ed una solidale della femminilità. Quest'ultima si è espressa in un documento importante, un appello da parte dell'associazione "Se non ora quando Libere" contro la pratica dell'utero in affitto in totale sintonia con la campagna Stop Surrogacy Now.

 "Noi — scrivono gli autori del manifesto — rifiutiamo di considerare la 'maternità surrogata' un atto di libertà o di amore. In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l'altrove è qui: 'committenti' italiani possono trovare in altri paesi una donna che 'porti' un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato. Vogliamo che la maternità surrogata sia messa al bando". Tra i firmatari ci sono Paolo Matthiae, Stefania Sandrelli, Ricky Tognazzi, Simona Izzo, Marisa Patulli Trythall, Peppino Caldarola, Livia Turco, Giuseppe Vacca, Cristina Comencini, Francesca Izzo. 

Si tratta di un documento importante in cui prende forma, per la prima volta, un pensiero del femminile in chiave non individualistica. Come scrive Francesca Izzo: "La discussione riguarda dunque un tema fondamentale per le nostre società democratiche, cioè se la libertà coincida sino ad identificarsi con il diritto di proprietà o se, oltre all'individualismo proprietario, esiste o resista un'idea diversa del soggetto e della sua libertà. Nell'appello noi ci rifiutiamo di considerare la maternità una cosa che possa essere messa sul mercato o anche donata, ci rifiutiamo di pensare la libertà come diritto di proprietà. Il confronto si svolge tra idee diverse di libertà".

Da qui, da una concezione relazionale e solidale parte un ponte con altre posizioni di pensiero la cui importanza, nell'attuale dibattito etico-politico, non può e non deve essere sottovalutata. 



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