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PAPA/ Francesco in Sinagoga, un abbraccio comune sotto il segno del Padre

Il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha accolto ieri nella sinagoga della capitale papa Francesco. Che ha parlato agli Ebrei di Dio come Padre. Commento di FEDERICO PICHETTO

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma (Infophoto) Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma (Infophoto)

Chazaqà, consuetudine fissa. Così il Rabbino capo di Roma ha definito la visita di Papa Francesco alla Sinagoga di Roma. Lo ha fatto appellandosi ad un'antica tradizione giuridica dei rabbini per cui un atto ripetuto tre volte è da considerarsi, appunto, consuetudine. E la presenza del Papa — al di là del clamore suscitato dai media — è stata all'insegna della normalità. Non c'è notizia nel gesto del Pontefice, ma solo la conferma definitiva di un cammino senza ritorno, irreversibile. 

Le tre parole che hanno attraversato l'intervento di Bergoglio lo testimoniano e lo chiariscono. Il Papa ha parlato di "famiglia dei figli di Dio", ampliando l'espressione di San Giovanni Paolo II (che definì gli Ebrei "fratelli maggiori") ad indicare un'unica appartenenza, un'unica origine, che — come tra fratelli — ha avuto storie e percorsi diversi. Questa radice comune il Papa la rintraccia nell'unico Padre, non in un Dio indistinto e senza volto, ma in un Dio dal nome profondamente cristiano. Francesco, infatti, ha parlato di Dio agli Ebrei nel modo in cui la Chiesa lo ha ricevuto da Cristo, ossia come Padre. La paternità, così decisiva nella storia dell'Antico Israele, diventa così patrimonio comune, storia condivisa, forza per un incontro nuovo. 

A questo punto, proprio parlando di questo incontro, Francesco non ha potuto non citare il documento del Concilio Vaticano II dedicato al dialogo con le religioni non cristiane, Nostra Aetate: è per quel documento, e per la forza di Wojtyla e Ratzinger di perseguirlo, che l'incontro c'è stato. Col Concilio la Chiesa ha infatti definitivamente affermato che l'unica strada per la Verità è la libertà e che l'altro non è un "candidato per il mio proselitismo", ma un uomo che cammina sulla sua strada. Viene in mente quando don Giussani, all'inizio del secondo volume del suo PerCorso, si domanda come possa un uomo raggiungere la certezza su quale sia la religione giusta. Egli indica nel perseguire fino in fondo la tradizione in cui ciascuno nasce, paragonandola con le esigenze del proprio cuore, la strada per la Verità. La Chiesa si fida della ragione, si fida della libertà, ma si fida soprattutto della realtà creata da Dio: è nella realtà, affrontata nella vera libertà, che le cose si svelano per quello che sono. 

Non stupisce, allora, che il Papa abbia sviluppato come terza categoria del suo discorso "l'impegno comune per la città". Nella società civile, nella trama di fatti e di problemi che caratterizzano la storia, gli uomini si incontrano e scoprono il Vero. In una famiglia che ha Dio come Padre i fratelli si danno appuntamento nella realtà per ricomprendere — in piena libertà — quale cammino sia realmente umano. Israele, il popolo dell'attesa, ha accolto ieri Bergoglio con la parola "pace". Eppure la pace non scorre in Medio Oriente e i tre monoteismi sono lontani dal ritrovarsi e dal riconoscersi sul serio. C'è bisogno di tempo, c'è bisogno di capire. 


COMMENTI
18/01/2016 - Abbracciamoci (claudia mazzola)

A me spaventa che gli ebrei hanno crocifisso Gesù non riconoscendoLo nel Messia. Non capisco... forse non mi è dato capire. Pazienza, mi dispiace per loro.