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Cronaca

LA STORIA/ Cosa vuol dire insegnare in una classe multiconfessionale di periferia?

Cosa vuol dire alla luce del terrorismo, degli scontri di religione, insegnare in una classe multiconfessionale della periferia di Milano? Lo racconta MARTINA MAMBELLI

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Caro direttore,
insegno Italiano a persone straniere in una scuola serale nella periferia nord di Milano; la classe che mi è stata affidata quest'anno è composta da immigrati dai 15 ai 60 anni provenienti da tutto il mondo, circa la metà dei miei alunni è cristiana copta, l'altra metà musulmana. Ci sono alcuni atei, un cristiano evangelico, qualche ortodosso e tre alunni di religione induista.

Nella nostra scuola non si parla quasi mai di religione o di quello che succede in Medio Oriente, si cerca di mantenere un atteggiamento neutro, per non offendere nessuno.

Dopo i fatti di Parigi, però, sono tornata in classe per la solita lezione del mercoledì e ho visto che la situazione non era tranquilla... c'era brusio e alcuni alunni avevano cominciato a parlare tra loro di quello che era successo in Francia. Allora ho preso in mano la situazione e ho invitato tutti a dire liberamente quello che pensavano dell'accaduto.

Sono venute fuori cose davvero interessanti: un signore egiziano musulmano ha preso subito le distanze da quello che l'Isis aveva fatto, ribadendo la non appartenenza dei miliziani assassini all'islam; il sudamericano evangelico ha detto che tutto era scritto nella Bibbia e che Dio già sapeva come sarebbe andata. Altri hanno riso della nostra "ansia e ingenuità europea" perché era ora che ci svegliassimo e ci rendessimo conto che il terrorismo non è solo roba dell'altro mondo (in molti dei paesi dai quali provengono i miei alunni si verificano quotidianamente situazioni di violenza e terrorismo di matrice religiosa).

Poi una mia alunna cinese (con cui è nato un bellissimo rapporto di amicizia, ma questa è un'altra storia) ha preso la parola e ha detto che secondo lei il problema era educativo e che i terroristi dell'Isis "non hanno avuto bravi maestri da piccoli" e che "non hanno visto altro nella loro vita". Per ultimo è intervenuto un ragazzo albanese musulmano, un tipo sveglio e deciso, che mi ha chiesto di fare un minuto di silenzio. Io odio i minuti di silenzio, mi sembrano gesti buonisti, preghiere laiche sentimentaliste, ma per valorizzare l'intervento del mio alunno l'ho invitato a girare questa sua proposta a tutta la classe. Allora lui guardando i suoi compagni ha detto: "facciamo un minuto di silenzio per tutti tranne che per i morti di Parigi, ok?". Sono rimasta di sasso. Il ragazzo albanese ha motivato la sua decisione dicendo che nessuno si ricorda mai dei morti in Libano, in Africa e in tanti altri paesi, "dei francesi - ha detto - si è già parlato fin troppo".

Ho deciso di sistemare la cosa proponendo un ecumenico minuto di silenzio per tutti i morti di tutti gli attentati, carestie, disastri accaduti fino ad oggi. Poi abbiamo fatto lezione regolarmente.


COMMENTI
28/01/2016 - Auguri! (Giuseppe Crippa)

Ringrazio molto la prof. Mambelli per questo racconto così vivace e interessante! Le auguro di vivere con la sua classe una esperienza umanamente ricca e di riuscire sempre a non comprimere la propria identità, o, peggio ancora, quella di qualche suo alunno, per non urtarsi con qualche prepotente. Sarei lieto di sapere, alla fine dell’anno scolastico, che ci sarà riuscita.