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Cronaca

LETTERA SULLE UNIONI CIVILI/ Può diventare legge una relazione che va contro il bene pubblico?

Ignazio Marino quando era sindaco di Roma (Infophoto)Ignazio Marino quando era sindaco di Roma (Infophoto)

Detto questo, si possono avere opinioni differenti sul metodo scelto per affermare una certa visione delle cose: il Family day è un'opzione, la battaglia parlamentare un'altra (forse complementare), il referendum abrogativo una terza ipotesi, disertare le urne alle prossime elezioni un'altra ancora, invadere di proteste il governo tramite una raccolta firme un'ennesima. 

Quale scegliere? Ovviamente l'efficacia dell'incisività dipende anche dalla strategia. 

La scelta dipende anche dal contesto sociale, che oggi è mutato, in maniera molto profonda. Le relazioni sociali odierne e talune forme di convivenza differiscono significativamente da quelle di vent'anni fa. Ciò che si riteneva pubblicamente evidente è molto offuscato. Ed è difficile poter sostenere diversamente. Desiderare il ritorno al passato è una forma arida e sterile di conoscenza. Nello stesso tempo però, basta l'offuscamento e il mutamento a far cambiare la qualità della valutazione?

La diffusione di altre forme di relazioni sociali rappresenta un dato di fatto: quindi esse vanno valutate sulla base del bene pubblico. Sono segno di sviluppo o di confusione?

Autorevoli studiosi ritengono che la società non necessariamente progredisca verso lidi migliori, può anche far ritorno a condizioni di vita decisamente peggiori: in alcuni Stati l'adultera è (come si vede dalla notizie provenienti da alcune zone del mondo orientale) oggetto di lapidazione quando nei medesimi luoghi poteva fino a pochissimo tempo fa, esser libera di avere rapporti sessuali di qualunque tipo. In sostanza non necessariamente lo scorrere del tempo equivale all'avvicinamento al paradiso terrestre. Siamo sicuri cioè che la società sia costretta proceda naturalmente in una certa direzione o piuttosto c'è una certa corrente di pensiero che vuol portarcela, facendo passare per ovvio e inevitabile la propria idea di società e di "progresso"?

Perché i cosiddetti nuovi diritti, l'aborto, l'eutanasia rappresentano inequivocabilmente progresso? Lo sono? Cosa intendiamo per progresso?

E ancora: da cosa nasce quella sottile idea secondo cui "la società è più avanti dello stato che quindi non può fare marcia indietro"? Indietro? Sicuri?

Proprio una certa corrente di pensiero ha scelto di etichettare i termini del dibattito utilizzando la distinzione tra diritti "nuovi" e diritti "tradizionali". L'uso di questo linguaggio significa l'accettazione di un certo pensiero. Chi ha definito tradizionali quei diritti? Una certa corrente culturale, quella dei cosiddetti gender studies, con lo scopo di screditare la parte avversa, ha scelto di definire "vecchi e tradizionali", ciò che qui richiamo nel primo punto, ossia la forma sociale della differenza sessuale, la famiglia. Accettare quel linguaggio significa esser succubi di un certo punto di vista, cioè di una certa impostazione culturale: invece è possibile utilizzare altre tipologie di linguaggio. Nomen consequentia rerum. Perché accettare questo linguaggio senza almeno offrirne un altro?