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TERREMOTO MACERATA/ L'ingegnere: ricostruire tutto? La verità è molto scomoda

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TERREMOTO MACERATA, CENTRO ITALIA. "Confermo l'impegno del governo: ricostruiremo tutto, compresi i nuovi danni prodotti da queste ultime scosse. I cittadini sappiano che non sono soli e avranno lo Stato a sostegno della ricostruzione intera per quanto riguarda le case, gli edifici pubblici e il patrimonio artistico". A dichiararlo è stato Vasco Errani, commissario alla ricostruzione post-terremoto ed ex presidente della Regione Emilia-Romagna, ieri in visita alle zone colpite dal terremoto di mercoledì sera, tre scosse forti tra magnitudo 5.4 e 5.9. Un impegno politico chiaro, la cui fattibilità dal punto di vista tecnico richiede però analisi molto dettagliate. Secondo il professor Gianpaolo Rosati, direttore del dipartimento di Ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano, "quando dalle analisi escono dei numeri in base a cui non si può costruire bisogna avere il coraggio di scegliere un altro luogo. E' un coraggio difficile da gestire politicamente perché non porta voti. Si inventano quindi degli escamotage, e questo è pericolosissimo perché poi se ne pagano le conseguenze in situazioni critiche quali terremoti e inondazioni".

 

Professor Rosati, si può costruire in un'area dove la terra continua a tremare?

Si ricorre a tecniche conosciute, ormai ampiamente collaudate, come per esempio l'isolamento alla base. Ma anche una struttura ordinaria in acciaio, legno, calcestruzzo armato o muratura, se correttamente progettata ed eseguita, resiste al sisma.

 

Ricostruire tutto dov'era prima è la scelta più razionale o sarebbe meglio farlo altrove?

Se non si hanno a disposizione delle analisi riguardanti la sismicità locale, definite con il termine tecnico di "micro zonazione sismica", non si può fare questo tipo di promesse. Tutto deve passare attraverso un'analisi dettagliata del territorio, per poi valutare il piano di fattibilità. Tutte le altre sono promesse che non hanno alcun significato. Bisogna essere rigorosi e coraggiosi: si studia la zona e quindi si ottiene la risposta. Questa è l'unica via, se vogliamo evitare altre brutte disavventure.

 

Quali brutte disavventure?

Il problema è fondamentalmente di etica e deontologia. Ci sono le conoscenze tecniche e la legislazione nazionale ed europea per fare il meglio per i cittadini. Eppure spesso si cercano delle vie alternative che apparentemente permettono di risparmiare, ma che non forniscono le garanzie di sicurezza necessaria. Quando dalle analisi escono dei numeri in base a cui non si può costruire in un dato punto, bisogna avere il coraggio di scegliere un altro luogo.

 

Perché farlo è così difficile?

Perché è un coraggio difficile da gestire politicamente, in quanto significa ammettere: "Abbiamo sbagliato e dobbiamo fare un altro tipo di scelta". E' un problema di coscienza. Non porta voti dichiarare: "L'analisi dice che non possiamo edificare in questa zona, dobbiamo trovare un altro luogo". Il vero problema è questo: quando da un'analisi tecnico-scientifica esce un risultato che non ci piace, psicologicamente siamo portati a rifiutarlo.

 

Perché?



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