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3 ANNI DOPO LAMPEDUSA/ Un genocidio silenzioso, tra indifferenza e leggi inadeguate

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Che fare, dunque? Questa domanda ha trovato ampia risposta nell'intervento di mons. Pennisi. "Il nostro compito di cristiani è quello dell'accoglienza, del prendersi cura di quanti giungono tra noi, vincendo il muro dell'indifferenza. Siamo chiamati a farci prossimo dell'altro, chiunque egli sia, da qualsiasi parte arrivi, qualsiasi problema porti, qualsiasi sia la difficoltà. Siamo chiamati a vedere in chiunque bussa alla mia porta i tratti di Gesù, che ha detto: Ero straniero e mi avete accolto". Questo impegno richiede un cambiamento della persona. E a tal proposito ha detto l'arcivescovo di Monreale: "E' necessaria una rivoluzione culturale. Occorre aprirsi alle logiche dell'accoglienza e della solidarietà. Tale nuova cultura potrà poi trovare supporto nella politica locale, nazionale, europea e mondiale, che non ha ancora provveduto a sviluppare corrette politiche di accoglienza e integrazione, capaci di dare una risposta virtuosa al fenomeno". E poi, rivolgendosi ai giovani presenti, l'ultimo affondo: "Bisogna adoperarsi per una nuova cultura che non consideri i migranti mezzi di produzione, ma uomini dotati della dignità di figli di Dio e soggetti di diritti inalienabili. Credo che l'unica maniera umana di accogliere queste persone consista nel tentativo di integrarle sul territorio, attraverso strutture piccole, a misura d'uomo, in grado di far fronte alle esigenze di tutti".

Un impegno per tutti e una responsabilità per ciascuno, che il preside dell'Istituto ha raccolto alla fine invitando gli studenti a proseguire nel percorso già portato avanti e ricordando quanto aveva prima affermato mons. Pennisi citando padre Puglisi: "Se ognuno fa qualcosa, allora possiamo fare molto…". Ed il primo modo di aiutare gli altri è fare bene il proprio compito, a cominciare dall'essere studente.



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COMMENTI
04/10/2016 - Ma quale genocidio? (Giuseppe Crippa)

Dico subito che dissento completamente dalla definizione di genocidio partorita da Leoluca Orlando e fatta propria dal Sussidiario a meno che sia l’uno che l’altro non intendano che gli autori materiali siano gli scafisti e i mandanti i regimi dittatoriali africani, ma vorrei soffermarmi su quanto detto da Adham Darawsha, al quale ricordo che la legge Bossi Fini, tanto esecrata e disattesa, si basa sull’articolo primo della Costituzione (che afferma che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro) non preclude a nessuno di venire a lavorare in Italia: basta che abbia un contratto di lavoro dipendente nel quale sia compresa anche la disponibilità di un alloggio. Se qualcuno desidera aiutare davvero un emigrante qui in Italia (quasi tutti giovanotti muniti di smartphone) offra queste cose a sue spese. Personalmente sono nell'impossibilità di farlo e comunque preferisco aiutare nei loro paesi bambini denutriti ai limiti della sopravvivenza.