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Cronaca

EUTANASIA/ Desmond Tutu e Pisapia, da dove nasce la "risposta" dei cattolici?

Desmond Tutu, arcivescovo anglicano di Città del Capo, si è detto favorevole alla propria dolce morte. Difesa anche da Pisapia nel suo primo intervento su Repubblica. FEDERICO PICHETTO

Desmond Tutu (LaPresse)Desmond Tutu (LaPresse)

Caro direttore,
se c'è una cosa che un po' sto imparando in questi anni di ministero sacerdotale è il fatto che nessun uomo, per quanto scafato e "tutto d'un pezzo", possa mai sottrarsi alla vita. Per questo tutte le volte che leggo notizie come quella delle dichiarazioni dell'arcivescovo emerito di Città del Capo, l'anglicano Desmond Tutu, che nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno "chiede per sé il diritto di decidere come e quando andarsene da questo mondo" invocando la possibilità dell'eutanasia, non mi sorprendo né mi turbo. Pensare di poter vivere la fede senza passare attraverso le molteplici situazioni contraddittorie del vivere, infatti, è molto ingenuo. Tutti prima o poi ci troviamo di fronte ad un'esperienza in cui siamo "messi alle strette", inevitabilmente costretti a verificare se davvero la fede renda la vita più umana e compiuta o se, al contrario, essa non sia solo una mera impalcatura ideologica che ci sorregge fino all'arrivo della prima tempesta. 

Smettere di amare oppure peccare, non avere più voglia di vivere, indulgere in azioni poco dignitose, sprecare denaro, provare schifo di fronte ad un'infermità o bestemmiare sono solo alcune delle infinite variabili esistenziali con cui il nostro cuore può imbattersi nel fragile terreno della propria umanità. Pretendere che esse non ci mettano in discussione, o addirittura pensare come "cosa scandalosa" il fatto di sentircele addosso, è l'atteggiamento tipico che impedisce un vero lavoro su di sé, una strada. 

Mi permetto di dire che, in questi ultimi quattro anni trascorsi a riflettere sul dialogo e sulla capacità di testimonianza dei cristiani, quello che appare sempre più nitido è una sorta di "terrore" dei cristiani stessi, quale che ne sia "il partito religioso" di riferimento, ad entrare in contatto con qualcosa che possa disturbarli o inficiarne le convinzioni. L'incontro con l'altro spesso non è affatto percepito come una possibilità di bene e di lavoro, ma di pericolo. 

Per comprendere meglio quello che intendo vorrei riprendere le parole che Giuliano Pisapia — nel suo primo intervento giornalistico come collaboratore di Repubblica — ha usato proprio l'altro ieri sul tema dell'eutanasia. L'ex sindaco di Milano si è servito di espressioni molto affascinanti e "apparentemente dialoganti" per dire che lui a quel problema specifico una risposta ce l'ha già e consiste nel fare una legge in cui si conceda a tutti il diritto ad una decorosa "morte assistita". Se le parole del vecchio arcivescovo Tutu aprono delle domande, la posizione di Pisapia chiude ogni dubbio con l'imponenza di una risposta già stabilita e inemendabile. 

A me tutto questo fa molto riflettere perché è come se simili posizioni laiciste — ma ce ne sono anche di speculari tra i credenti — chiudessero le porte allo spazio della libertà della persona che, dinnanzi all'urgenza della vita che incombe, è chiamata a vedere se ciò che ha ricevuto dai propri padri "regge", è affidabile.  


COMMENTI
09/10/2016 - Insufficiente (Giuseppe Crippa)

Nella sua bella riflessione don Pichetto si concentra sul fatto che a dovremmo, tutti noi, darci tempo e modo di “verificare la pertinenza delle parole ai fatti” di fronte ad ogni evento che ci propone la vita. Questo però non si può tradurre, di fronte a scelte di tipo politico, in una rinuncia a legiferare per realizzare quanto riteniamo “bene comune” o a lottare perché altri non legiferino contro quanto riteniamo “bene comune” così da lasciare libero chiunque – o addirittura agevolarlo – a fare quello che vuole. Dire: “sono contro l’eutanasia, sono contro l’aborto, sono contro a tutte quelle pratiche di costume che la Chiesa riconosce come riduttive” e poi non fare neppure un piccolo gesto pubblico per contrastarle ma limitarci a “dire delle parole” (privatamente suppongo) non mi pare sufficiente.