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JIHADISTI MADE IN ITALY/ Se la Cassazione riduce i terroristi a ultras da stadio

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La cattura di Salah Abdeslam, il 18 marzo 2016 a Bruxelles (LaPresse)  La cattura di Salah Abdeslam, il 18 marzo 2016 a Bruxelles (LaPresse)

La sottile linea rossa che separa i propagandisti dai terroristi si ripresenta nuovamente. Come negli anni di piombo, quando si volle distinguere fra "ideologi" e "gruppi di fuoco", oggi sembra che non riusciamo a fare i conti con il terrorismo integralista. In questo senso sembra correre la sentenza della Cassazione che qualche giorno fa ha fatto fare i titoli ai giornali: "Non è reato esaltare il martirio jihadista" (La Stampa); "Non punibile l'indottrinamento jihadista" (Il Giornale di Sicilia); "Incitazione al martirio non è terrorismo, dice la Cassazione" (Il Foglio); "Terrorismo, Cassazione annulla condanne per 5 presunti jihadisti arrestati ad Andria" (Il Fatto Quotidiano e Repubblica).

Sì perché secondo la sentenza 48001 della Cassazione viene meno l'imputazione di "terrorismo" per un pugno di simpatizzanti per la jihad islamica arrestati ad Andria, in Puglia. "Il solo indottrinamento teorico alla causa jihadista, non seguito da attività materiale di addestramento al martirio degli adepti, non basta a configurare il reato di associazione con finalità di terrorismo internazionale". Insomma, non basta incitare, fare apologia di reato, istigare al terrorismo: occorre proprio mettere una pistola in mano a qualcuno. Assistiamo così a una derubricazione del fatto a "incitamento all'odio razziale", praticamente riduce dei terroristi a degli ultras da stadio che hanno fatto uno striscione politicamente scorretto.

Ma questa sottile linea rossa è davvero sottile, praticamente inesistente. E lo dimostra un altro fatto orrendo che rimbalza nelle cronache proprio in questi giorni: la vicenda del quarantasettenne marocchino Ahmed Taskour, partito con tutta la famiglia per andare a combattere la "guerra santa" in Medio Oriente da Bresso, in provincia di Milano. L'uomo, che veniva descritto come "perfettamente integrato" — impiegato in una ditta di pulizie con uno stipendio di 1.200 euro al mese, titolare di casa popolare Aler — è sparito assieme alla famiglia, moglie, figlio di 11 anni e figlia di 17 alla volta dell'Iraq.

Le due donne sono completamente svanite nella nebbia della guerra. Lui invece è ricomparso in un video. Assieme al figlio. Il filmato, messo in rete un anno fa, è il solito delirio di minacce all'occidente ed esaltazione degli attentati in Francia. Ma la cosa che sconvolge è che a questo delirio partecipa attivamente anche il ragazzino, nato in Italia e dunque secondo certi canoni "integrato" o perfino "nuovo italiano".

Il combinato disposto fra queste due notizie fa riflettere: un padre che spinge il figlio verso questa follia è solo un "istigatore all'odio"? Il precedente dei fanatici presi ad Andria (uno dei quali nato in Sicilia da genitori immigrati, quindi anch'egli potenzialmente "nuovo italiano") rischia di diventare una sponda per cavillare sulle gravissime responsabilità di gente come Taskour. E non c'è dubbio che un suo difensore in tribunale farà appello a quel precedente.

L'Italia è uno stato di diritto. Ma questo non vuol dire che debba legarsi le mani da sola nella guerra contro la follia jihadista.



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