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FIDEL CASTRO/ Un comunista rimasto "fidel"

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Fidel Castro con Nelson Mandela (LaPresse)  Fidel Castro con Nelson Mandela (LaPresse)

Certo il pietismo ancora assai diffuso nella società latino-americana del dopoguerra dovette costituire in Castro — come in molti altri giovani della sua generazione — una molla reattiva verso un marxismo ritenuto allora forza antropologicamente liberante. Così il leader cubano ricordava le inibizioni giovanili vissute in famiglia, collegandole proprio al suo allontanamento dalla Chiesa istituzionale: "Quando ero ragazzino mio padre voleva che io fossi un bravo cattolico e che io mi confessassi tutte le volte che avevo pensieri impuri sulle ragazze. Così ogni sera io diventavo rosso a confessare i miei pensieri. Così successe una sera, e poi un'altra sera, e così via. Dopo una settimana decisi che la religione non era fatta per me" (Joan Konner, The Atheist's Bible, HarperCollins, New York 2007, p. 62)

Un tipo di reazione che fa pensare ai giovani cattolici di Belfast, i quali infoltirono le file della nuova Ira nordirlandese, più o meno negli stessi anni, indottrinati da letture marxiste e della stessa teologia della liberazione, e che avrebbero spinto la loro lotta di rivendicazione civile sino al sacrificio estremo dello sciopero della fame: Fidel, primo leader al mondo, avrebbe infatti nel 1981 appoggiato la protesta di Bobby Sands e dei suoi compagni con queste nette parole: "In speaking of international politics, we cannot ignore what is happening in Northern Ireland. I feel it is my duty to refer to this problem. In my opinion, Irish patriots are writing one of the most heroic chapters in human history. They have earned the respect and admiration of the world, and likewise they deserve its support. Ten of them have already died in the most moving gesture of sacrifice, selflessness and courage one could ever imagine".

Eppure, quanta parte di una visione cristiana del martirio per una causa sociale, se non per una testimonianza di fede tout court, fu presente nella vicenda degli hunger strikers all'interno dei "Blocchi H" del carcere nordirlandese di Maze. Allo stesso modo, si potrebbe dire che il richiamo della giustizia sociale costituì per Castro comunque un motivo di continuità con la sua educazione cattolica, e quando la gerarchia ecclesiastica, e in particolare i pontefici, cominciarono — a partire da Giovanni Paolo II — ad accorgersi crescentemente della centralità pastorale e antropologica di questo tema, lui si trovò ricongiunto a un binario che aveva forse solo provvisoriamente abbandonato. Anzi, proprio la teologia della liberazione, pure rimasta chiaramente invisa a papa Wojtyla, poté collaborare a spingere nuovamente lo sguardo del Líder Máximo su di un interlocutore come la Chiesa cattolica, anche in senso istituzionale, non più visto in un'ottica di semplice legittimatore dell'"oppressione capitalistica occidentale". 

Tutto ciò, nonostante Giovanni XXIII — il "papa buono" che certa storiografia ha voluto erroneamente presentare come ammantato da esagerati caratteri "progressisti" —, avesse scomunicato Castro nel 1962 sulla base del decreto di Pio XII del 1949 che vietava ai cattolici di sostenere i "terribili governi comunisti". 



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