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FIDEL CASTRO/ Un comunista rimasto "fidel"

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Fidel Castro con Nelson Mandela (LaPresse)  Fidel Castro con Nelson Mandela (LaPresse)

Addio Fidel, Líder Máximo, tu che fosti un guerrigliero prodotto dalla scuola dei Gesuiti, uno che nel 1962 decise di cacciare i vescovi da Cuba senza mai definirsi in alcun modo, chissà perché, non credente.

Leonardo Boff, uno dei più celebri ideologi della "Teologia della Liberazione", ebbe modo di far notare come a suo tempo Fidel Castro avesse fatto approvare nel parlamento una legge che definiva Cuba uno Stato laico, perché, a suo avviso, si sarebbe reso conto che l'ateismo ufficiale — almeno nella forma standard sovietica — equivaleva ultimamente a definire comunque in termini "confessionali" la nazione cubana, e lui non avrebbe potuto sopportare che il proprio paese soggiacesse ad una sorta di "chiesa alla rovescia", per quanto laicista e anticlericale, in altri termini, di lasciarlo sottoposto ad un apparato altrettanto dottrinale, e a suo avviso dogmatico (non evidentemente nel senso teologico), di quello ecclesiastico.

Se ciò non basta a far sospettare un sentimento religioso, magari segretamente nutrito da Castro perlomeno negli anni dell'applicazione più integrale del marxismo-leninismo nell'isola di Cuba, comunque qualche domanda sull'identità singolare della rivoluzione cubana, appunto "castrista", rispetto al resto del blocco sovietico la pone. Indubbiamente, secondo Boff, sarebbe stato uno scandalo se nel quadro della guerra fredda Fidel si fosse per avventura dichiarato apertamente credente, ma a un tempo era da sottolineare che mai egli si proclamò "ateo", e a suo giudizio non lo fu. Un giudizio, quello di Boff, supportato da un'esperienza vissuta da lui stesso dopo il suo allontanamento dalla Chiesa ufficiale in un incontro con Castro a Rio, dove lo aveva così ammonito: "Leonardo, è vero che resterai per sempre a fianco dei poveri? Bene, allora il cristianesimo si manterrà forte e solido". La difesa dei poveri (non necessariamente quelli in senso economico, anche politico, sociale, culturale, ecc.), quelli del suo popolo e di tutto il mondo, sembrerebbe aver costituito così per Castro un anello di congiunzione tra il cattolicesimo e il marxismo, una sorta di "sostrato morale" su cui fondare un impegno imperniato primariamente sul concetto di giustizia sociale. 

Ma probabilmente fu piuttosto la consapevolezza, da statista vero, che Castro nutrì dell'ineliminabilità del fenomeno cristiano nel mondo a metterlo in condizione di guardare oltre la dogmatica leninista che riteneva la Chiesa un fenomeno residuale della società occidentale: in questo senso – in anni non sospetti – scriveva: "Noi socialisti abbiamo commesso un errore nel sottovalutare la forza del nazionalismo e della religione" (Socialismo e Comunismo: un processo unico, Feltrinelli, tr. it. Milano, 1969). 



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