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CHAPECOENSE/ Come il Grande Torino, in un aereo che cade c'è il mistero della vita

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Il lutto dei tifosi (LaPresse)  Il lutto dei tifosi (LaPresse)

CHAPECOENSE. Per alcuni può sembrare che non sia altro che un meccanico, anche se tragico, parallelo storico: ancora una volta un incidente d'aereo, e con esso ancora una volta un'intera squadra di calciatori falcidiati da una sorte tristissima, nel fiore dell'età. La "Superga brasiliana", l'hanno subito ribattezzata. E in effetti così è: tra i passeggeri del velivolo che si è schiantato al suolo nei pressi di Medellin la sera di lunedì 28 novembre c'erano i giocatori del Chapecoense, che militava nella seria A brasiliana. Esattamente come in quel tragico e indimenticabile 4 maggio del 1949, quando sulla collina di Superga si schiantò l'aereo che riportava a casa da Lisbona i giocatori del grande Toro, morti così in un istante, lasciando milioni di tifosi nello sgomento più assoluto.

Un parallelo storico. Ma in particolare per i tifosi granata, per noi tifosi granata, non può essere solo un parallelo, un asettico accostamento tra avvenimenti simili. 

C'è molto di più. Innanzitutto c'è il tremendo sentore di rivedere come reale e attuale una vicenda che per un certo verso ha sempre avuto l'aspetto del mito, della leggenda. Sì, lo sappiamo benissimo che è un fatto storico l'incidente di Superga. Anche perché sappiamo tutto di quell'evento. Sappiamo l'ora precisa: le 17.03. Sappiamo che c'era tanta nebbia. E che c'era stato un cambiamento di destinazione deciso all'ultimo, perché l'aereo doveva atterrare a Milano. E su quell'aereo c'erano tutti, da Bacigalupo a Mazzola. E c'erano anche giornalisti sportivi famosi. Sappiamo tutto, ma proprio tutto di quell'evento, noi che magari l'abbiamo sentito raccontato dalla viva voce di nostro padre che al tempo aveva quindici anni. E abbiamo provato a immaginare più volte che cosa possa significare per un quindicenne, che pure ha altri pensieri per la testa e deve lottare contro la fame e la povertà del primo dopoguerra, sentirsi dire che i calciatori della propria squadra del cuore sono tutti morti. Tutti.

E sappiamo che è tutto vero, perché abbiamo poi letto e riletto fin quasi a impararlo a memoria quello che allora fu scritto, da grandi giornalisti e straordinari scrittori, da Indro Montanelli e da Dino Buzzati, che hanno raccontato quel tragico evento con la loro capacità irripetibile di coniugare la cronaca al mito, descrivendo la ferita che quella notizia inferse nel cuore dei ragazzini che giocavano a palla per le vie e nelle piazze delle città.

Ma troppe volte, nella sua assurda e incredibile unicità, questo fatto pur vero, questo evento registrato sulle pagine dei giornali come i tanti e quotidiani fatti di cronaca nera, troppe volte ci è sembrato un racconto letterario, una leggenda, quasi un mito che trasformava i nomi di quei calciatori in eroi omerici. 



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