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GIUBILEO DEI CARCERATI/ La resurrezione cambia le sbarre in un evento di libertà

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Il cardinale Parolin (a sin.) in un braccio del carcere Due Palazzi (Foto Giorgio Boato)  Il cardinale Parolin (a sin.) in un braccio del carcere Due Palazzi (Foto Giorgio Boato)

Sono i vostri volti a raccontarmelo: il tempo del carcere li ha messi a dura prova ma la luce non si è ancora spenta. Rimane accesa perché qualcuno la tiene accesa: i vostri figli, le vostre donne, i vostri affetti. Qui dentro state portando avanti una battaglia per gli affetti: il mio invito è che la continuiate perché è solo con l'amore che l'uomo diventa diverso, anche migliore di quello che era. E assieme a voi, che siete la vera ragione del carcere, la speranza ha il volto di chi vi vuol bene in questo momento della vostra vita. Penso alla parrocchia di questo carcere: è meraviglioso sapere che, soprattutto in questo Anno della Misericordia, qui ogni domenica entrano gruppi di persone, assieme ai loro sacerdoti. E' solo incontrandovi-dal-vivo che le idee possono cambiare, i pregiudizi cadere. Ringrazio quelli che fanno dono della loro storia nelle testimonianze: sento che quei racconti fanno del bene in chi li ascolta, anche se non è cosa facile raccontare le proprie cadute. Chi ci riesce, però, ti infonde la sensazione che la risurrezione abbia già iniziato a compiersi.

E assieme al vescovo Claudio e a don Marco con tutta la sua squadra, la speranza ha tanti altri volti: il mondo del volontariato, quello dell'imprenditoria, della scuola, dello sport. Non ultimo il mondo della Direzione e degli agenti di Polizia Penitenziaria. A questi uomini in divisa va il mio augurio più sincero: che possiate davvero portare la speranza qui dentro, come recita il motto del vostro corpo. Amici carcerati, Dio è generoso con voi: vogliate bene a chi vi vuol bene. E' Dio che si nasconde nei loro volti.

3 - Leggo sui giornali di questi giorni di un bellissimo documentario, girato qui nel vostro carcere e in quello di Venezia, dal titolo: "Mai dire mai". Lo dico a voi, amici: mai-dire-mai della vostra storia, domani potreste diventare quello che, forse, non siete riusciti ad essere nel passato. E' un pensiero che mi piacerebbe portaste sopratutto ai fratelli condannati alla pena dell'ergastolo: una società civile non dovrebbe avere il coraggio di scrivere la parola mai sulla storia di nessuno. Da parte nostra — mi metto anch'io, come Chiesa, in mezzo a voi — non dovremmo, però, mai dimenticarci delle lacrime di coloro che piangono per delle nostre colpe. Diventare uomini diversi è prima di tutto saper chiedere scusa a coloro a cui abbiamo tolto la vita, offeso la dignità, messo a dura prova la sopportazione. Prima di tutto questo è rieducazione: mettere pace nella nostra memoria, saperci perdonare le gesta compiute, rimettere mano alla propria storia perché, assieme, si può ripartire. 



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