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Cronaca

STRAGE IN NIGERIA/ I bambini bruciati da Boko Haram e quella domanda di cambiare

Dalori, villaggio a 12 Km da Maiduguri in Nigeria. Qui, ieri i fondamentalisti assassini di Boko Haram hanno compiuto un'altra strage, uccidendo bambini indifesi. FEDERICO PICHETTO

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Dalori, villaggio a 12 Km da Maiduguri in Nigeria, diventa ufficialmente una delle stelle nere che compongono la costellazione degli assalti dei terroristi fondamentalisti alla Vita, a ciascuno di noi. In ogni regione infatti c'è un commando, c'è un motivo politico, c'è una declinazione sociale ben precisa per compiere una strage. Questa volta sono di nuovo i bambini a essere stati protagonisti dell'assalto: bruciati vivi. E chi c'era ricorda solo un particolare terribile, osceno: le loro grida. In Cina i bambini vengono usati per determinare l'espansione della popolazione, per lavorare o per essere sottoposti a durissimi percorsi di allenamento che li portino a diventare, molto spesso a costo della vita, campionissimi nello sport. In America Latina, poi, i bambini sono il mezzo per le guerre fra bande e per il commercio della droga. Sempre in Africa sono anche "impiegati" per combattere le guerre imposte dai trafficanti d'armi e dai loro interessi. In Occidente, infine, i bimbi sono lo strumento per realizzare desideri di paternità o di maternità impossibili e, entrando nella camera degli orrori, non sono rari gli adulti progrediti e civilizzati ad usarli per esaudire i loro perversi desideri sessuali. Chi è dunque il bambino? Perché è sempre lui ad essere la vittima della scelleratezza umana?

Sempre più spesso ci si accorge infatti che il bambino diventa, nelle mani dell'adulto, una "vita a disposizione", un "materiale biologico" al servizio dell'ideologia, del capriccio, del profitto. Non c'è rispetto per il bambino, non c'è stima per la sua voce e per i suoi diritti. E questo, si capisce bene, non è un dato culturale ascrivibile all'occidente opulento e tronfio, ma un fenomeno transculturale, un elemento trasversale che fa comprendere meglio quello che la Chiesa chiama "peccato originale". Il peccato originale, infatti, sta nell'incapacità dell'uomo di stare dentro i propri confini, di permanere dentro l'oggettività della realtà, di rispettare "il dato". Il bambino è un dato, è il dato per eccellenza della vita, e l'incapacità di accoglierlo, di custodirlo, di non asservirlo alle proprie logiche e ai propri interessi, racconta la crudeltà di un essere umano intriso di male al punto che possiamo dire — senza tema di smentita — che uno può uscire da questa concezione dell'esistenza, e quindi del bambino, non in forza di un progresso intellettuale o sociale, e neppure in forza di una legge o di una cultura, ma solo per uno sguardo — per un Incontro — che restituisca valore e dignità alla vita, al proprio dato, alla propria umanità.

Dietro questo svilimento del bambino e del dato a "materia biologica" a disposizione della volontà c'è dunque, in ultima istanza, un atteggiamento di disprezzo verso se stessi, verso il bambino che è in noi, verso quell'umano che è il nostro dato e che ci risulta sempre più spesso come insopportabile, come elemento da schiacciare e da sopprimere.