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QUARESIMA/ Quei 40 giorni che sfidano la nostra mancanza

La quaresima ricorda i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo nel Giordano. Ma Che bisogno c'è di celebrare la privazione e la mancanza? MAURO LEONARDI

Michelangelo, Studio per la Sisilla (Immagine dal web) Michelangelo, Studio per la Sisilla (Immagine dal web)

La quaresima ricorda i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo nel Giordano e prima del suo ministero pubblico ed è un periodo di digiuno e penitenza.

Che bisogno c'è di celebrare la privazione e la mancanza? Non ne abbiamo abbastanza di tutto quello che già la vita ci ha tolto? Perché parlare di mortificazioni? Questa crisi, questi anni difficili, non ci hanno già sufficientemente mortificato e non continuano a farlo? Perché digiunare apposta in un periodo in cui arrivare a fine mese diventa sempre più difficile e purtroppo per qualcuno il digiuno comincia ad essere non più una pratica ascetica ma una tragica necessità?

Quaranta giorni sono tanti. La quaresima è più lunga dell'avvento che è il periodo in preparazione al Natale, perché? Perché ci vuole più tempo per prepararsi a morire che a nascere.

Ma anche a Pasqua si nasce, direte voi: sì, certo, ma è una resurrezione, cioè prima bisogna morire.

A Natale Gesù nasce dopo nove mesi di attesa protetta come tutti i bambini. In una gestazione non si è soli, il bambino non si vede ma c'è. Anzi una madre lo sa, non si è mai così complete come donna come in quei momenti in cui si è in due anche se non si vede ancora nulla. E poi Gesù nasce tra le braccia di Giuseppe, al riparo di una grotta. Unito a colei che lo ha custodito e portato in grembo.

La resurrezione, la Pasqua, invece, viene dopo la tortura e la morte, dopo il giovedì santo e il tradimento.

È un'attesa diversa quindi, molto più dura. Un'attesa più che solitaria perché non si è mai così soli come quando si è in mezzo a chi ti tenta o a chi ti vuole male. 

Per spiegare il senso di questa dolorosa attesa mi viene in mente "Inside out" perché "avere una faccia da quaresima" vuol dire "essere tristi" e la tristezza c'entra con il film della Pixar. Il film racconta di Riley, un'undicenne costretta a trasferirsi in una nuova città. La storia racconta Riley nelle sue avventure quotidiane e nelle difficoltà di adattamento a una nuova realtà, ma lo fa da una postazione speciale: la sua mente. Narra gli equilibri interni della ragazzina mentre si destreggia tra emozioni come la rabbia, la paura, la tristezza e la gioia. Quasi subito, le emozioni della bambina si coalizzano per lottare contro la tristezza: non vogliono che contagi i ricordi e, quindi, la vita della bambina, ma alla fine le cose vanno bene proprio grazie all'intervento della tristezza.

"Inside Out" ci insegna una cosa importante, e cioè che senza dolore ci si spegne in solitudine. L'assenza, il dolore, servono per unirsi, per amare, per farsi consolare, per cercare nell'altro un appoggio, per ripartire. Nel film la tristezza serve a trovare nella famiglia una casa a cui ritornare per poter poi riuscire incontro al mondo, alla propria vita.