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PAPA IN MESSICO/ Tatik Francesco e il perdono per far "rinascere" il Chiapas

Pubblicazione:martedì 16 febbraio 2016 - Ultimo aggiornamento:martedì 16 febbraio 2016, 15.06

Papa Francesco (Infophoto) Papa Francesco (Infophoto)

Ad aspettarlo erano lì da ore. I visi cotti dal sole, la lana colorata addosso, la meraviglia del cielo talmente lindo da sembrare spazzato con furia, e i colori violenti del Chiapas. Francesco vola nel sud del Messico, nella terra resa mitica dall'esercito zapatista di liberazione e dal subcomandante Marcos. La regione dalle 12 popolazioni indigene dove si parla lo tseltal, il ch'ol e lo tsotsil, dove l'esistenza è amara e i sogni sono difficili. Una terra di lacrime, aspra e matura. È nel cuore della diversità etnica e multiculturale del paese, il Papa, con una popolazione indigena che supera il milione e le 350mila persone, rappresentando quasi il 28% degli abitanti. E la regione più povera del Messico, e la miseria, i 100mila che attendono seri Francesco nel fazzoletto di campo municipale, la portano addosso. Sono indios, bassi da sembrare bambini, capelli neri come la pece. Incroci i loro sguardi e precipiti in una profondità senza fine. 

La prima tappa è San Cristobal de las Casas,, dove se ti giri intorno ti aspetti di veder spuntare un conquistadores spagnolo, dagli angoli coloniali e il fresco delle chiese barocche. Incontro invece un gesuita che sembra balzato fuori direttamente da Mission, pizzetto coperta di lana e cinta multicolore ai fianchi. Padre Josè Apiles mi spiega che il 75% della gente che contemplo vive in stato di povertà e il 35% di questi in estrema povertà. È umanità abituata a sbattere il muso contro l'ingiustizia. E a essere calpestata. Eppure sono lì che urlano la loro gioia: è arrivato il Papa della pace, il Papa della misericordia, il Papa della giustizia. E poi la parola che non ti aspetti: il Papa della lucha, la lotta. 

Gridano compatti, abituati ad alzare la voce. Gridano in lingue diverse, la sofferenza dei vinti e il dolore della propria storia. Viva il Papa che vuole i vescovi accanto ai poveri, viva il Papa che sa leggere i desideri e i sogni dei piccoli. Tatik Francisco, il pontefice latino-americano, ha indossato un mitra coloratissima, dove la croce maya, si fonde con cielo, terra e stelle. Di fronte la grande distesa umana il diacono legge il Vangelo in lingua tseltal e tsotsil. lI smanthal kajvaltike toj lek. La legge del Signore è perfetta, esordisce Francesco in uno degli idiomi indios, rinfranca l'anima. Dio è il Padre che soffre per il dolore, il maltrattamento e l'ingiustizia dei suoi figli. Tatik, il padre, parla in una omelia che sembra un grido ininterrotto. Celebra per loro, per i figli più piccoli e raccoglie l'anelito di libertà che attraversa la folla e l'intero Chiapas. 


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