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EMBRIONI/ In UK sperimentazione senza limiti. Ma non si uccidono le "domande"

La Human Fertilisation and Embryology Authority, l'ente britannico responsabile degli studi su fertilità ed embrioni, ha annunciato la caduta dei limiti alla sperimentazione. CARLO BELLIENI

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La cosa più bella del mondo è la ricerca scientifica. L'altra cosa bella è che la ricerca scientifica abbia dei paletti da non oltrepassare, non messi da un singolo individuo o sistema di pensiero, ma dalla comunità scientifica stessa. La dichiarazione di Helsinki del 1964 è la Magna Charta della sperimentazione scientifica e dei suoi limiti; e gli scienziati sono ben contenti di seguirli. 

Insomma, non credete a chi dice che la scienza non deve avere limiti o legacci. Tutto questo lo scriviamo a proposito della caduta dei limiti alla sperimentazione sugli embrioni umani annunciato dalla Human Fertilisation and Embryology Authority (Hfea), l'ente britannico responsabile degli studi sulla fertilità e sugli embrioni. Lo scopo è quello di trovare delle cure di anomalie cromosomiche; se lo scopo è buono, il mezzo deve comunque tener conto di un fatto basilare: il principio di precauzione, sancito nel 1992 a Rio de Janeiro dalla  Conferenza sull'Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite. In pratica questo principio afferma che ci vuole cautela nell'introdurre nuove tecniche o terapie per la popolazione, e che questa cautela richiede la ragionevole certezza che la novità da introdurre non noccia a nessuno. 

Ora, nel caso della sperimentazione sugli embrioni, da molte parti si sollevano dubbi e perplessità, che a logica dovrebbero scomparire prima di permettere una nuova sperimentazione: non ultimo quella sullo status morale dell'embrione (è un essere umano seppur iniziale, come molti sostengono e dunque non è materiale di studio scartabile) e sullo scenario dell'eugenetica da un lato e della clonazione riproduttiva dall'altro, che la sperimentazione sugli embrioni potrebbe invogliare a intraprendere. La rivista Life Science Society and Policy di dicembre riporta il dibattito in corso in Giappone sulla creazione di chimere uomo-animale; la rivista Nature dell'8 dicembre riporta che in un imponente meeting a Washington con 500 scienziati venuti da 20 nazioni non si è trovato un consenso unanime per l'uso dell'ingegneria genetica sugli embrioni umani, pur trovando un consenso sull'uso di questa tecnica nel soggetto già nato. Le obiezioni riguardano il futuro impiego: le useranno solo i ricchi? Che conseguenze a lungo termine avrà nelle generazioni future una manipolazione seppur fatta a fin di bene ma di cui non si possono prevedere i risultati trans-generazionali, se non stando a vedere se le future generazioni ne risentiranno?

Come si vede, non sono problemi metafisici, religiosi, dittatoriali, ma di semplice buonsenso. Che gettano luce su un'ultima domanda: in un'epoca di ristrettezze, è corretto destinare ingenti fondi ad una ricerca affascinante, non da tutti condivisa, di esito insicuro e probabilmente a vantaggio di chi se la potrà permettere economicamente, piuttosto che alle nuove terapie o alla diffusione di quelle ben studiate ed esistenti per malattie che falcidiano la popolazione (povera) quali la tubercolosi e la malaria, ma siccome non riguardano i paesi ricchi appaiono di priorità secondaria?

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COMMENTI
02/02/2016 - Il pricipio o vale sempre o non vale mai (nicola mastronardi)

Condivido tutto, ma questo mi ha fatto sorgere una domanda, perché questo semplice buonsenso e questi paletti non vanno messi sulle unioni o le adozioni omosessuali o sull'eutanasia o sull'utero in affitto (non essendo naturali), cioè come Dio le ha fatte.