BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FACEBOOK E TWITTER/ Come uscire dalla bolla delle balle?

Infophoto Infophoto

 In quei giorni, continuava a tornarmi in mente il bellissimo libro che avevo letto qualche tempo prima di Luca Sofri, intitolato Notizie che non lo erano, il cui sottotitolo, ancora più ficcante, era "perché certe storie sono troppo belle per essere vere".

Sofri racconta l'evoluzione e la crisi attuale dei giornali proprio sulla basa della pubblicazione frequente di notizie false da parte dei più importanti organi di informazione italiani. La logica che sembra guidare queste scelte, infatti, non à più quella della deontologia professionale, della verifica della fonte e dell'accertamento della realtà dei fatti, quanto piuttosto quella dell'audience. Uno scandalo potenziale, una notizia allettante attira più click (maledetti click in questo caso!) anche se falsa. Di qui una gestione dell'informazione non fatta di certezze, ma di sospetti, punti interrogativi, affermazioni poi smentite che fa a cazzotti con l'immagine del giornalista serio di un tempo e fa l'occhiolino, invece, al marketing dei dati di accesso al sito. I casi riportati nel libro sono davvero impressionanti, anche perché coinvolgono le più importanti testate italiane, non i giornaletti amatoriali di sconosciuti aspiranti giornalisti. Nella prefazione Craig Silverman, fondatore di Regret the Error, il blog che registra e le smentite degli organi di informazione internazionale, sostiene: "I giornalisti oggi hanno l'obbligo e l'opportunità di setacciare la massa di contenuti che vengono creati e condivisi per separare il vero dal falso e per aiutare la diffusione della verità. Sfortunatamente, questo non è il modo in cui attualmente le imprese giornalistiche trattano le notizie non verificate, le voci che circolano online e i contenuti virali. Le falsità arrivano molto più lontano della verità e i media giocano un ruolo importante nel permetterlo".

E' un grido di allarme forte e che entra con prepotenza nelle nostre vite. Facendoci arrivare notizie false o divulgandole attraverso i nostri profili. Esiste una via di uscita? "Proporrei - scrive alla fine del libro Luca Sofri - di eliminare questa ipocrisia della necessità del pluralismo, fino a che lo si intende pluralismo politico o di contenuti: non sono altre opinioni diverse che ci servono, o latri racconti, ma opinioni formulate e costruite diversamente e racconti accurati e affidabili". E ancora: "Il pluralismo che serve è quello per cui accanto a moltissima informazione sciatta, irrilevante ed egocentrica ci sia un'offerta differente, in cui allarmismo, titolismo e ricerca di un ruolo e di un posto in classifica non siano criteri prioritari con cui rivolgersi ai lettori. In cui le notizie siano, nei limiti del filosoficamente possibile, vere".

Nel mio piccolo, vorrei non sentire più un direttore di un'agenzia dirmi (come mi è accaduto nel caso della mia azienda che citavo prima): "Non potevo non pubblicarlo. L'ho letto su internet". Forse la rinascita dei giornali parte anche da qui. Dalla riconquista della fiducia dei lettori. Su una base di verità e professionalità. Forse lo stesso principio dovremmo cominciare ad applicarlo anche sui nostri profili social.

© Riproduzione Riservata.