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IL CASO SPOTLIGHT/ Siamo sicuri che l'Oscar lo abbia vinto il film?

Il caso Spotlight, una scena del film Il caso Spotlight, una scena del film

Una scelta morale, etica, educativa quella dell'Academy. Che sembra premiare la storia più del film che non evidenzia particolari punti di forza. Non il ritmo, non l'emozione, non l'approfondimento psicologico, non il dramma. "And the Oscar goes to the Journalism". Il giornalismo quello vero, libero dai poteri, lucido nell'analisi, acuto nella parola. Il giornalismo del secolo scorso, un pallido ricordo del '900, quasi un altro Mestiere. Il giornalismo d'opinione, di verità, potere contro il potere, strumento di equilibrio, crescita e cultura. Un nostalgico ricordo per noi che oggi il più delle volte scegliamo le notizie gratuite, perché forse non sono poi così differenti da quelle pagate.

Nella sistemica dimostrazione che gli eroi siamo noi, il cinema americano, incluso il cinema Spotlight, non può che scuoterci. Tra un brivido di nostalgia, un conato di vergogna e un rassicurante mezzo sorriso da happy end, il mondo applaude la statuetta, sperando dal proprio divano che qualcosa succeda ancora, che il mondo sia migliore, che i buoni tornino ad essere buoni.

E vince il secondo Oscar, come co-protagonista assieme al Giornalismo, la Chiesa, che da sola fa rumore. E che, con uno scandalo così epocale, fa ancora più rumore. Persa la patente di limpida purezza metafisica, la Chiesa si lecca le ferite, colpita da scandali sessuali e finanziari. Felice, per lo meno, di avere oggi trovato il suo Eroe Francesco, che attenua il dolore, risciacqua l'immagine e forse cambia davvero il mondo.

Ecco dunque, in un breve e libero pensiero, il mio perché all'Oscar di Spotlight. Un Oscar al Giornalismo e alla Chiesa. Ai temi più che al film. Alla storia più che alla narrazione. Alle intenzioni più che al racconto.

Un piccolo neo nel ricco buffet cinematografico di questa annata di pregio.

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