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13 MARZO 2013/ Papa Francesco, la rivoluzione (cattolica) del perdono di Dio

Papa Francesco (Foto dal web) Papa Francesco (Foto dal web)

Questa offerta di un cammino di essenzialità — ed è un secondo aspetto di questi tre anni che è importante sottolineare — non pone "limiti all'amore di Dio che perdona" anche in un altro senso, non meno presente nell'azione di Francesco: la volontà di annunciare la misericordia di Dio in un modo che nello stesso tempo affermi il massimo della cattolicità e il massimo della tensione spirituale e fattuale verso quell'unità dei cristiani che ancora non ci è dato di vedere compiuta. Due fatti mi paiono emblematici: l'incontro (poi più volte ripetuto) con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, presente per la prima volta all'inizio del ministero petrino di un Vescovo di Roma, che ha segnato l'inizio del pontificato di Francesco, e il recentissimo colloquio cubano con il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill, primo nella storia tra i vescovi della prima e della terza Roma. Oltre a questi due incontri se ne contano molti altri con rappresentanti di Chiese e Comunità ecclesiali ortodosse, veteroorientali e protestanti, che continuano una felice consuetudine inaugurata da Paolo VI e che fu, poi, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. 

Tuttavia, la valenza simbolica di questi due incontri con Patriarchi a capo di "Chiese sorelle", che Francesco ha volutamente e ripetutamente chiamato "fratelli", ha un ruolo di particolare importanza, perché mostra chiaramente come il desiderio di una reale e già possibile collaborazione per il bene della Chiesa universale si rivolga a questioni ben concrete: il valore e significato del dialogo anche interreligioso, e la difesa dei cristiani perseguitati. In questi due ambiti possiamo notare che il cammino non si compone unicamente di gesti comuni, ma arriva fino alla condivisione delle ricchezze di pensiero e di dottrina spirituale più profonde, così da mostrare fin d'ora una sempre maggiore convergenza verso le ricchezze proprie della Chiesa indivisa, e per questo così vicina alla scaturigine evangelica dei primi albori del cristianesimo.

Vorrei documentare questa affermazione con due esempi che a me paiono del tutto perspicui e "parlanti". Bartolomeo I, in un suo libro pubblicato in lingua italiana nel marzo del 2013, dal titolo Incontro al mistero. Comprendere il cristianesimo oggi, così scriveva a proposito del dialogo: "Spesso i cristiani di stampo conservatore e altri gruppi religiosi si mostrano offesi dalla priorità che il patriarcato ecumenico attribuisce agli incontri con le altre confessioni e le altre religioni, poiché sono convinti che non possa aversi un dialogo alla pari con gli eretici. La parola "eresia" è un ulteriore vocabolo di cui spesso nella storia del pensiero religioso e teologico si è fatto un uso errato, o di cui addirittura si è abusato. Non sto in alcun modo negando l'importanza della dottrina e della sua precisione in teologia... Può però essere utile ricordare in questa sede che la parola greca per dire 'eresia', (airesis), non significa in primo luogo 'dottrina errata', ma implica piuttosto la deliberata selezione di un singolo aspetto della verità, che viene assolutizzato in maniera fondamentalista fino a escludere ogni altra percezione del vero. Dobbiamo riconoscere umilmente che tutti noi siamo colpevoli di questo peccato: cristiani, ebrei e musulmani".