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ADOZIONI GAY/ Attenti a chi vuol "moltiplicare" le mamme ma nasconde la realtà

Quasi in contemporanea all'iter parlamentare delle unioni civili, alcuni Tribunali per i minori hanno anticipato e regolato la stepchild adoption. VINCENZO TURCHI

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Parallelamente e quasi in contemporanea al movimentato iter parlamentare riguardante le unioni civili, alcuni Tribunali per i minorenni hanno anticipato uno dei contenuti più discussi e controversi dell'originario disegno di legge Cirinnà — forse anche nell'intento inconfessato di dimostrarne la "fattibilità" giuridica già de iure condito — la cosiddetta stepchild adoption, che consiste nell'adozione da parte di uno dei conviventi del figlio dell'altro, anche nel caso di unioni tra persone dello stesso sesso.

Si ricorre generalmente ad un'interpretazione estensiva dell'art. 44 della legge n. 184 del 1983, "Diritto del minore ad una famiglia", e successive modifiche, che prevede l'adozione "in casi particolari". Un'ultima applicazione "creativa" di questa norma si è avuta da parte del Tribunale per i minorenni di Roma, che ha concesso ad una coppia di donne l'adozione "incrociata" di due bambine, una delle quali nata da una delle due donne e l'altra dalla sua compagna, in seguito ad inseminazione avvenuta per entrambe in Danimarca. Non sto a riprendere i passaggi tecnico-giuridici in virtù dei quali il Tribunale giunge a questo risultato, profilo già autorevolmente illustrato e commentato da Lorenza Violini. Qui vorrei evidenziare come si sia cercato di costruire artificialmente un rapporto di filiazione-adozione reciproco che riproducesse (meglio: imitasse) in qualche modo i normali vincoli coniugali e genitoriali, ma con la vistosa, ineliminabile eccezione di costituire due genitori entrambi "mamma".

A dire il vero, il Tribunale per i minorenni di Roma non è nuovo a sperimentazioni del genere. In un'altra sentenza non molto precedente (la n. 4580 del 22 ottobre 2015) ebbe anzi a ritenere prova di riuscita integrazione familiare la circostanza che una bambina allevata da due donne chiamasse entrambe "mamma", concedendo conseguentemente l'adozione ad una di esse della figlia dell'altra. Ma vi è di più. In quella stessa sentenza, l'organo giudicante aveva lasciato intravedere tra le righe della motivazione — e neppur troppo velatamente — l'eventualità di estendere la nozione di famiglia ad una pluralità indeterminata di figure "genitoriali", sia per quanto riguarda il loro numero (una, due, tre, o forse più?) sia per quanto riguarda il loro sesso (uomo solo, donna sola, uomo e donna, uomo e uomo, donna e donna, eventualmente soggetti transgender? e di quale tipologia? …le combinazioni potrebbero continuare). Il Tribunale ha infatti affermato, recependo l'opinione dei giudici onorari, che «il benessere psicosociale dei membri dei gruppi familiari non [è] tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno. In altri termini, non sono né il numero, né il genere dei genitori a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano» (corsivo mio).