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LETTERA/ Nel buio del disagio psichico solo Cristo (non la ragione) può salvarci

TERESA BRANDIRALI, presidente di una associazione che si occupa di persone colpite da disagio psichico, racconta cosa vuol dire affrontare il dolore apparentemente senza senso

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Caro direttore,

l'ultimo editoriale di Giorgio Vittadini sul sussidiario mi ha interrogato a fondo. Infatti ha dato senso a tutto quello che provo quando incontro tanto dolore attraverso le persone che vedo nel mio lavoro, con l'Associazione Diversamente, e nei loro familiari, che direttamente non vedo ma di cui percepisco la sofferenza.

Il dolore innocente che nei bambini è chiaro, perché non possono aver fatto ancora nulla che li colpevolizzi rispetto a quel dolore, quando gli stessi bambini li incontri da adulti è già diverso, perché possono essere diventati loro stessi causa di dolore; o con i gesti e gli atteggiamenti di chi, ferito, a sua volta ha provocato ferite — fosse soltanto perché ha caricato di ansie e di urla una persona vicina —, oppure perdendo la stima di sé e facendosi del male. Resta il fatto che il dolore c'è e con esso dobbiamo confrontarci.

Noi uomini non possiamo salvarci da soli, anche se cerchiamo di esplorare razionalmente tutti i meandri della psiche. E' solo Cristo che ci salva e questo passa innanzitutto da un abbraccio che è anche un gesto vero e concreto e che, ancora prima di aiutarti a capire, ti toglie dalla solitudine in cui il tuo dolore ti ha chiuso.

Io sono fortunata, perché a un certo punto della mia vita questo dolore ho potuto affrontarlo davvero grazie ad un abbraccio alla mia persona, che poi è continuato e continua nel tempo, guidandomi nel mettere a fuoco nella realtà il punto originario della realtà stessa, il divino nell'umano.

L'Associazione Diversamente di cui sono presidente si occupa di gruppi di familiari di persone con disagio psichico, a cui partecipano anche persone interessate a questo lavoro pur non avendo direttamente problemi esse stesse. Siamo arrivati ad avere cinque gruppi diversi con partecipanti che variano da un minimo di 8-10 ad un massimo di 25 persone che si ritrovano periodicamente, alcuni anche da vari anni. Personalmente cerco di essere  presente a tutti gli incontri perché, anche se non tengo il gruppo, ogni persona mi ha consegnato la sua storia e quindi desidero confermare l'accoglienza iniziale e il fatto che ciascuno permane nella mente e nel cuore.

La cosa più bella è la reciprocità del lavoro che facciamo: l'esperienza dell'uno diventa punto di comprensione e di speranza per l'altro e così via. Io stessa che partecipo oramai da 15 anni a questa esperienza esco più ricca e lieta come gli altri; c'è anche qualche anziano genitore che non parla mai, ma per il fatto stesso che non perde un incontro dimostra così che ne sente il valore.