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Cronaca

CARCERE E PASQUA/ Enrico: Gesù in tre giorni, io in 30 anni, ma ciò che conta è risorgere

Enrico durante una intervista televisiva (Foto dal web)Enrico durante una intervista televisiva (Foto dal web)

A febbraio va sotto i ferri, con un'operazione mastodontica: come antipasto chemioterapie, radioterapie. Referto, liquidi, cartelle. Come prosieguo ancora chemio, ancora radio, ancora sofferenza: «Ho chiesto il perché di tutta questa sofferenza che sto patendo. Mi hanno detto che, patendola, ne smaltisco un po' di quella che ho causato: "Se fosse vero?" mi sto chiedendo ultimamente». Lo dice con la fanciullità di spirito di chi, stretto al muro, si sente costretto a dare un nome ai suoi vuoti d'infinito. Un senso all'illogicità: «Ci sono sere che vorrei tornare subito in carcere», racconta. Ancora in galera? L'illogico ha tutta una logica: vera-galera non sono le sbarre, il cemento. La galera, quella che piega la roccia, è lo stare esposti alle domande, lo stare retti di fronte al brontolare delle colpe, reggere l'urto del passato senza defilarsi: «Le domande dei bambini ("non potevi pensarci prima?"), le domande di mio figlio ("papà, perchè non sei mai a casa?"), gli sguardi della gente, le loro mille attenzioni, la malattia, i miei rimpianti: questa è la galera che mi tortura. Mai l'avrei immaginato mentre ero là dentro». 

Forse nemmeno chi, ad occhi chiusi l'accolse, immaginava il prosieguo del viaggio: «Accogliendolo — confessa quasi geloso don Leopoldo —, anche la mia comunità sta crescendo, sta mutando il modo di guardare chi nella vita ha sbagliato. Senza accorgercene, tra l'altro: e questo sa di buono». La scienza-dei-muscoli di Enrico è andata in frantumi: «Durante una messa ho sentito dire: "Vinci il male col bene". Quando non riesco a dormire, mi metto a riflettere e penso che stavolta mi abbiano fregato così, aprendomi una porta. Amandomi». Date ad un essere l'inutile e toglietegli il necessario: ecco un monello. Togliete ad un essere l'inutile e ridategli il necessario: ecco un fratello, giamburrasca o prodigo poco cambierebbe saperlo. Eccola una comunità-famiglia, alla faccia di André Gide e delle sue tribolate parole: «Famiglie! Vi odio! Focolari chiusi; porte serrate; geloso possesso della felicità». Anche no, stavolta.

Un galeotto, una porta di canonica. I piedi di Giuda: anche quelli l'Amico lavò, nonostante tutto. O forse proprio in virtù di quel tutto, di quel bacio, di quell'addio funesto. Da quell'ora innanzi, credere a Pasqua non sarà più giusta fede: troppo bello è l'Ecce homo da Risorto. Chiedetelo a padre Turoldo: «Fede vera è il venerdì santo quanto tu non c'eri lassù». Nemmeno credere alla risurrezione dei morti pare essere fede fondata. Credere alla risurrezione dei viventi, invece, questa sì è miglioria di fede: paradosso, pure rischio, tanta follia. Come quel pomeriggio sulla cima del Golgota: allora toccò ad un ladrone di destra, un quasi-antenato di Enrico.