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CARCERE E PASQUA/ Enrico: Gesù in tre giorni, io in 30 anni, ma ciò che conta è risorgere

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Enrico durante una intervista televisiva (Foto dal web)  Enrico durante una intervista televisiva (Foto dal web)

«Io le porte ero abituato ad aprirmele: col tempo, era diventato un gioco da ragazzi». Porte di qualsiasi tipo: di casa e di bottega, di legno e blindate. Porte, portoni, portoncini. I latini — gente di nerbi, di guerra, d'esplorazione — erano quasi convinti che, di un viaggio, la porta fosse la parte più lunga: poco più che una soglia, quasi tre-quarti di viaggio. Il viaggio di un uomo che, anni addietro, sfondava le porte: «Dopo trent'anni di galera, se scampo dovrò dire grazie ad una porta. Non avrei potuto aprirla con le mie mani: altri me l'hanno aperta».

Il fisico, seppur robusto, è abbrustolito da un cancro infernale: l'anima, pur sincera, è in stato d'assedio. Di cinquantacinque primavere, più di trenta Enrico le ha trascorse dietro il ferro-cemento delle patrie galere: un Giro d'Italia sui furgoni della Polizia invece che a pedali. Sono in pochi a poter vantare una conoscenza minuta del nord-est d'Italia come lui. Autostrade, strade, stradine, vicoli, numeri civici, stanze, casseforti: la sua è una banca dati d'agguati. Anche le procure del nord-est vantano di conoscerlo a puntino, un po' meno d'averne arginato la scaltrezza: «Ho collezionato un codice penale di reati — anticipa senza il minimo interrogatorio —, ma di questi nessuno mi rode più dell'aver tolto a mio figlio il diritto d'avere un padre accanto». 

Dietro al vivere di poco, infatti, c'è il vivere di nulla: il primo è una stanza scura, il secondo è buia. «Quando, in carcere, hanno capito che avevo un cancro in fase avanzata, mi hanno sbattuto fuori e mi han detto: "Vatti a curare, poi torna a finire la galera"». Fuori di getto, con null'altro in mano che un pugno d'interrogativi: dove vado, dormo, sbatto? Ci vuol fegato e una dose d'irriverenza, dopo trent'anni passati dietro le sbarre, anche solo pensare di trovare qualcuno che ti tenda una mano: ci sono giorni nei quali libertà è disperazione, quasi rimpianto della prigionia. Assurdità che solo il galeotto può avvertire: «Dopo aver conosciuto la parrocchia del carcere — racconta don Leopoldo Voltan, parroco di Campodarsego (Padova) — come comunità avevamo dato la disponibilità ad accogliere un detenuto: volevamo provare a vivere sul serio la misericordia, non solo a parole. Ci hanno proposto Enrico, noi gli abbiamo aperto la porta di casa. Gli abbiamo dato le chiavi: uno di noi, dalla prima sera». Il galeotto è abbagliato, imbarazzato: la porta non chiede nemmeno la fatica d'essere scardinata. S'è fatta trovare aperta, una quasi beffa agli occhi di un professionista dello scasso: «Mica ho ancora capito perché la gente voglia tutto questo bene ad un vecchio lupo di galera come me, con un fisico che è un rottame, una storia sfasciata. Non lo merito, chiaro».


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