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Cronaca

Brescello sciolto per mafia / Don Camillo e Peppone, comune nel caos: M5s, “vittoria della legalità, lo chiedevamo da tempo” (oggi, 21 aprile 2016)

Brescello sciolto per Mafia, il comune di Don Camillo e Peppone è stato sciolto per infiltrazioni mafiose: la vicenda e l'inchiesta, le ultime notizie di oggi 21 aprile 2016

Don Camillo e Peppone (Infophoto)Don Camillo e Peppone (Infophoto)

Interviene anche il Movimento 5 Stelle nel caso del comune di Brescello sciolto per mafia. Il paese Don Camillo e Peppone è la prima amministrazione emiliano-romagnola ad aver ricevuto un provvedimento simile. Brescello è a rischio di infiltrazioni mafiose e per questo ieri è stato sciolto. Sul blog di Beppe Grillo si legge: "E' una vittoria della legalità. Le responsabilità politiche di chi ha portato a questa situazione dovranno essere indagate fino a fondo. Solo pochi giorni fa erano emersi nuovi fatti inquietanti dal punto di vista politico. Francesco Grande Aracri, condannato per mafia che intervistato da Ferruccio Sansa sul Fatto difendeva l'ex sindaco Marcello Coffrini definendolo 'un galantuomo lo hanno fatto dimettere solo perchè mi ha difeso'. Parliamo di quel Marcello Coffrini che nel 2014 definì 'una brava persona, tranquilla' il condannato per mafia Grande Aracri. Il Pd lo difese per oltre un anno e mezzo, mentre il M5S ne chiedeva le dimissioni dal 2014".

La notizia che il comune di Brescello, noto in tutta Italia per aver ospitato le mitiche vicende di Peppone e Don Camillo, è stato sciolto dal Consiglio dei Ministri per infiltrazioni mafiose ha fatto il giro del mondo. Ma c'è chi non ci sta a rassegnarsi all'idea che venga fatta di tutta l'erba un fascio: è il caso di don Evandro Gherardi, il sacerdote che da 4 anni guida la parrocchia di Santa Maria Nascente, quella in cui si trova il crocifisso che parlava con don Camillo nei libri di Giovannino Guareschi, per intenderci. All'Ansa il parroco ha dichiarato che Brescello "non è un paese sotto scacco della 'ndrangheta. I mafiosi ci sono, ma dire che il paese e gli amministratori comunali sono conniventi con la mafia è una cosa non corretta". Secondo don Gherardi tutta la gente onesta di Brescello "è avvilita, si sente messa sotto accusa in maniera non giusta. Il paese è distrutto. Rialzarsi e vedere il futuro sarà difficile. E’ una decisione che rispettiamo, come comunità, ma che non condividiamo". Poi la precisazione:"Dovremmo essere più uniti ma purtroppo anche le mie dichiarazioni forse non hanno aiutato. Ribadisco da mesi che i mafiosi ci sono, ma Brescello non è mafiosa. Passo per quello che vuole coprire la mafia, ma non è così: la mafia va respinta, combattuta". Don Evandro, infine, di esercitare il suo ruolo di guida spirituale della Brescello perbene ma non nasconde che non sarà un'impresa facile:"Pregheremo per la nostra comunità, perché siamo più uniti. Bisogna ricominciare da capo per amministrare questo paese e guidarlo. Rialzarsi non sarà facile".

Dopo lo choc del comune di Brescello sciolto per Mafia proprio ieri dal Consiglio dei Ministri, si allarga il problema legato alle infiltrazioni mafiose in Italia e non solo al sud, come dimostra questo caso del paese di Don Camillo e Peppone. Per questo motivo il GR3 Radio questa mattina ha raggiunto il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, impegnato da anni nella lotta alla Mafia ‘ndrina: «in alcuni paesi della provincia di Reggio Emilia dei capi mafia, a Brescello sono i Cutro, si sono spostati dal sud e lì hanno costituito cloni di quelli che si sono in provincia di Crotone, con regole, usi e costumi che hanno iniziato ad “interagire” con il territorio». Durissime le parole di Gratteri che insiste nell’elencare dove siano i veri problemi nel caso di Brescello come in tanti altri che salveranno fuori nei prossimi mesi: «Pubblici amministratori, imprenditore che hanno ritenuto conveniente rivolgersi ad imprese gestite dalla ’ndrangheta perché gestisce e offre servizi a basso costo, mano d’opera sottopagata e così vis: i problemi sono tanti ma lode al merito per il lavoro del prefetto di Reggio Emilia».

La notizia arrivata ieri di Brescello sciolto per mafia ha scosso un po’ tutti: sia per un paese dell’Emilia che viene dimostrato essere a rischio di infiltrazioni mafiose e sia sopratutto perché la memoria va alle mitiche storie legate a quel paesino della Bassa dove Giovannino Guareschi mise in opera le avventure di Don Camillo e Peppone. Banale dire quanto siano lontani qui ricordi e quelle situazioni politiche immaginate negli anni Cinquanta, con la divisione netta tra cattolici e comunisti che in realtà era il vero sale d’unione della terra non solo brescellese ma probabilmente italiana. Oggi la Mafia è stata scoperta regnare in loschi affari in cui il potere del piccolo comune è rimasto impigliato: il comune di Brescello per decisioni del Consiglio dei Ministri è stato dunque sciolto per la possibile presenza di infiltrazioni mafiose. Ma come è nata l’inchiesta? Come riportato su Repubblica, l’amministrazione comunale era finita nello scandalo da gennaio 2015 quando dalle carte dell’inchiesta Aemilia erano affiorati gli interessi della cosca di ‘ndrangheta dei Grande Aracri nel settore degli appalti pubblici e delle immobiliari riferibili a diversi comuni tra cui proprio Brescello.

Il processo per Aemilia è ancora in corso, con 230 imputati a giudizio in quello è che è certamente uno dei più grandi processi con imputati mafiosi della storia recente italiana; la prefettura inviò così alcuni specialisti per analizzare la vita amministrativa di Brescello e le varie scelte del comune a maggioranza Pd, arrivando dopo pochi mesi alla proposta si scioglimento avanzata dal prefetto Ruberto al ministro dell’Interno Angelino Alfano. Si fa nelle carte esempio a dipendenti comunali assunti con contratti a tempo determinato che sarebbero riconducibili alla famiglia del boss Nicolino Grane Aracri. E poi appalti, subappalti e iter tutti da chiarire attorno alla figura del sindaco, Marcello Coffrini, finito anche lui nella bufera e dimessosi lo scorso 30 gennaio a seguito di alcune sue dichiarazioni nelle quali aveva definito il boss del clan suddetto una persona perbene e stimabile (fonte Repubblica).

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