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ITALIA AL SEGGIO/ Astensionismo, arriva la rivoluzione "silenziosa"

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Fra l'altro, non andare al seggio elettorale non è la stessa cosa che "restarsene a casa". Quest'ultima espressione è caricaturale e negativa: perché evoca l'immagine di un pigro, di un indifferente che se ne sta in poltrona e pantofole mentre all'esterno ferve la vita.

E invece chi non visita il seggio può essere benissimo un cittadino che opera e agisce nella polis, magari con un misto di odio e amore verso la politica — una forma di quello che in inglese si chiama tough love (Amore esigente? Amore severo? Amore tosto?). E si può anche azzardare la scommessa che quello appena descritto sia l'atteggiamento della maggior parte degli astensionisti. I quali fra l'altro probabilmente variano le loro scelte a seconda delle votazioni e del loro contesto, in certi casi scegliendo l'astensione in una della sue varie forme, e in altri casi invece votando.

Qualche politologo forse criticherà come ingenua questa idea di esortare gli astensionisti a entrare nel dibattito politico. E se invece tale proposta fosse (per ricorrere un'ultima volta all'inglese) disingenuous, ovvero ingenua solo in apparenza? Se ci fosse consapevolezza del potenziale veramente rivoluzionario — pacificamente  rivoluzionario — della diffusione dell'astensionismo? Dopo tutto, un'astensione massicciamente diffusa porterebbe a un ridimensionamento radicale di tutto il sistema di potere…

E' un romanzo fantapolitico? Forse. Ma fino a quando?           



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