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IRAQ/ Da Erbil: tornare a casa o salvarsi? Così si vive a 80 km dall'Isis

Pubblicazione:domenica 3 aprile 2016

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L'ordine di sgombrare entro le undici di notte passò di casa in casa all'inizio della sera e così nel giro di un paio d'ore tutta la popolazione abbandonò le case e si diresse verso Erbil, che rappresentava l'unica area sicura. Alle cinque del mattino seguente i miliziani neri entravano nella città. La fuga della popolazione cristiana, yazida e di molti musulmani dalle aree della piana di Ninive è avvenuta in questo modo, quasi sempre all'improvviso e per la maggioranza la meta è stata Erbil.

Questa fuga senza preavviso ha portato nelle prime settimane ad una situazione caotica in cui le famiglie si accampavano alla periferia della città, in modo sparso, rendendo così difficile ogni intervento. Il primo passo è stato attuato dalla diocesi di Erbil che, una volta individuate alcune aree in accordo con la municipalità, ha cominciato a convogliare i profughi in centri di raccolta per provvedere agli interventi di primissima necessità. Essendo disponibili centinaia di abitazioni libere nelle periferie una parte di queste è stata affittata per alloggiare una parte degli sfollati. Nel frattempo si era mossa la macchina degli aiuti internazionali che ha cominciato a provvedere alla distribuzione di cibo e generi di prima necessità.

Nel giro di un anno e mezzo la situazione si è evoluta migliorando molto la logistica ma restano numerosi problemi. Uno è quello delle famiglie a cui è stata assegnata un'abitazione in comune: il costo di questi appartamenti è sostenuto dalla diocesi utilizzando i fondi delle donazioni internazionali, ma dato il numero elevato di famiglie il costo è elevato e il vescovo attualmente prevede di non potere provvedere agli affitti oltre al mese di giugno. Andrà quindi trovata una sistemazione per queste famiglie e questo andrà ad aggravare il contesto dei campi esistenti. 

Per quanto riguarda i campi invece la situazione resta piuttosto differenziata. La gestione dei campi abitati per la maggior parte da cristiani è affidata in genere a sacerdoti, a volte gli stessi che erano presenti nelle comunità dei centri abbandonati, alcuni invece sono affidati a preti locali; gli altri sono gestiti da Ong. Tutti però tutti con il supporto degli aiuti internazionali. Nessuno dei campi di Erbil è più costituito dalla tende che caratterizzavano la primissima fase, ora le abitazioni sono container assegnati uno per famiglia ma, mentre in alcune aree si è riusciti ad ottenere una logistica caratterizzata da aree abitative con percorsi bene agibili ed aree comuni (chiesa, area giochi, aule, sale polivalenti) fruibili da tutta la comunità, in altre la ristrettezza dello spazio disponibile ha comportato il costituirsi di agglomerati eccessivamente ristretti con spazi comuni e servizi molto limitati, ed in questi casi la convivenza è molto più difficoltosa. L'intervento degli aiuti da parte delle Ong ora si sta orientando principalmente su queste situazioni cercando di rendere più fruibile la logistica.


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COMMENTI
03/04/2016 - Più veri (Giuseppe Crippa)

Il mio massimo rispetto per queste persone – molte di esse miei fratelli nella fede – che considero, pur cercando di non giudicare gli altri, i rifugiati “più veri”.